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Percorso

"Tutto torna" di Enrico Pitzianti

il Fenicio 

 Quando si recensiscono film di registi sardi i critici sardi sono sempre un po’ più severi, ma non sarà questo il caso.
Cagliari. Proprio lei esce dal film di Pitzianti in un modo mai visto al cinema, viva, multietnica colorata, ma anche crudele, effimera, come tutte le grandi città, d’altronde.
Finalmente l’occhio di un regista sardo l’ha vista per quello che è, una grande città del mediterraneo, con uno dei suoi  quartieri simbolo, la marina pieno di negozi di spezie e negozietti di artigianato etnico.
La diversità vista come ricchezza.
Dedicato a chi parte,  a chi arriva e a chi torna, il film affida alle parole di un tg o alle note in sottofondo della trasmissione radio più seguita in città (buongiorno cagliari) il memento di una Cagliari meta di continui arrivi, ritorni e partenze.
Il film ha una robusta ed equilibrata sceneggiatura (merito dell’ottimo lavoro della Iaccarino) in cui i personaggi entrano in scena per accumulo come nella prima inquadratura di Citizen Kane di Welles, la cura per i personaggi minori, (eccezionale Nino Nonnis nella interpretazione di un simil-se stesso) a volte veri e propri camei, come la giornalista dell’unione sarda, o la cuoca di colore, rendono il film molto gradevole e
coinvolgente, un film umile ma che arriva, che  parla della vita e delle delusioni, della formazione di chi arriva dall’interno nell’unica vera grande città della Sardegna.
Il segreto della Regia di Pitzianti sta proprio nel non avere nessuna pretesa epica, nell’abbandonare la  retorica che spesso accompagna  i registi sardi quando fanno un film endogeno e indigeno


 Una  regia classica che  riesce ad essere  delicata, quasi invisibile, che vuole bene ai suoi personaggi.
Mi chiedo cosa potrebbero fare i registi sardi con un budget più grasso, fa storcere il naso infatti, vedere una festa cubana inquadrata così stretta solo per mancanza di budget, o l’essere costretti a chiedere agl’attori di interpretare se stessi per mancanza di attori professionisti, anche per i ruoli minori.
La trama è semplice ruota intorno al personaggio misterioso di una vecchia, che attira la curiosità di un ragazzo molto giovane che arriva nella grande città dal paese dell’interno con l’aspirazione di diventare uno scrittore, e la vita gli si palesa mettendo in crisi le convinzioni, tra uno zio razzista e intrallazzone, un amore non corrisposto, e uno scrittore disonesto.
Quando tutto sembra perso l’epilogo  non sarà che un nuovo inizio, perché tanto alla fine, TUTTO TORNA.


 
Andrea Caruso

Una scena di Sono andato al cinema a vedere il primo lungometraggio (l’opera prima, così si definisce) di un amico d’infanzia.
Ho iniziato a guardarlo come il film di un amico, dopo cinque minuti di proiezione stavo invece guardando un film.
Ho seguito con gustoso trasporto il “plot”, godendomi le ambientazioni, che mi hanno offerto una prospettiva di osservazione della mia città che occhi annoiati da quarant’anni di familiarità non avevano modo di cogliere altrimenti.
Una città finalmente multietnica, metropolitana, coi soliti personaggi caratteristici ma anche un sottobosco nuovo, fatto di un umanità eterogenea, vitale e sconosciuta che sdogana finalmente Cagliari dal perpetuo ruolo di sonnolenta città di provincia.
Ho seguito con forte empatia emotiva gli sviluppi delle diverse storie esistenziali dei tanti personaggi, che si intersecano grazie a quel catalizzatore rappresentato dalla vecchina, brillantemente concepita come demiurgo del tutto ignaro della propria influenza su quel microcosmo sociale.
Mi è piaciuta la fotografia, i pan delle riprese, i tempi di una storia che non si è mai appesantita, consentendo al film di scorrere piacevolmente tra spunti di gioiosa e amara comicità misti a familiari miserie umane ben rappresentate, fino alla fine.
Una fine che, al di la della sorpresa-chiave, è senza il canonico colpo di scena o lieto fine, cioè quello che si aspetta la maggior parte di coloro che vanno a vedere un film: la storia si chiude con una conclusione che in realtà non conclude un bel niente.

Ma non è forse quello che normalmente accade nelle normali storie della vita di ognuno di noi?
Come si suol dire: panta rei, tutto scorre, e, se tutto torna, come titola il film, trovo giusto che dopo la vita riprenda a scorrere normalmente e l’esistenza di tutti i personaggi che popolano questo spaccato di vita cittadina vada avanti a film concluso senza necessariamente lasciare lo spettatore turbato o felice ma piuttosto lasciandogli la percezione di poter imbattersi per strada, prima o poi, in uno di loro.
 
 
 

 
Monica Aschieri

 Trama:
Massimo, ventenne Sardo, decide di “abbandonare” il suo paesino del nord Sardegna e di trasferirsi a Cagliari per lavorare nel locale dello zio Giuseppe che abita nel quartiere Marina.
Il ragazzo sogna una vita da scrittore, scrive dei racconti e tenta di partecipare ad un concorso letterario. La vita in città è per lui, abituato alla piccola aerea del suo paesino, metropolitana, cosmopolita, multirazziale. Certamente una novità.
A Cagliari conoscerà una ragazza cubana, una danzatrice che nasconde un segreto. Massimo pare attratto dalla giovane cubana, che riciclando vetri, pietre, costruisce degli oggetti e tramite un giro d’amici, vende oltre Italia.
Ben presto Massimo dovrà confrontarsi con le difficoltà della vita, libero dal tenace abbraccio familiare, assisterà al crollo morale ed economico dello zio, allo sfascio del suo sogno d’amore, al cinismo degli abitanti del piccolo condominio del quartiere Marina, che pur di liberarsi di una condomina barbona e dunque indesiderata, la danno per morta, nonostante non sappiano realmente che sorte sia toccata alla vecchina raccatta stracci, barbona.
Massimo lascerà Cagliari in nave, guardando con aria malinconica la città che s’allontana.

Critica:
E’ sempre brutto, per me, e spero per tutti, dover sindacare, giudicare, non apprezzare, il lavoro d’altri. Sono andata al cinema, ad una prima, per gli amici, senza essere amica di nessuno, ho guardato il film senza avere idea di cosa m’aspettava.

 Ero lì pronta, col cervello aperto e il cuore scoperto. Nulla. Il nulla.
Per tracciare una sorta di trama, con la quale ho voluto esordire, ho dovuto cercare le parole, perché di trama in questo film non c’è traccia, vorrei poter leggere la sceneggiatura, per capire con quale coraggio si è potuto trarre un film, da questa non storia, da questa storia inesistente.
Non c’è credo. Non c’è sentito. C’è ego, narcisismo, compiacimento. C’è il piacere di raccontare qualcosa di proprio senza riuscire a trasmettere niente all’altro. Una storia inutile, inconcludente. Anempatica. Le “elaborazioni” (uso la parola elaborazione, ma ne penso un’altra.. ) mentali, di un uomo. Di una mente, la sua soltanto. Pessima fotografia. Incerta. Confusa. Liceale. Regia inesistente.
Ottima, piena di contaminazioni,  la colonna sonora di Gavino Murgia. Credibili gli attori, in particolar modo i non attori extracomunitari. Stile, tipologia della pellicola, indefinibile, uno “scopiazzamento” non riuscito della commedia sociale sudamericana. Forse. Tutto torna? Niente torna..!

Uscita sala, commenti pubblico:
Gli uomini:
“Mah.. non male, insomma..”.
“Beh.. nella vita, sicuramente qualcosa di peggio ho visto..”.
“Che dire.. insomma.. comunque una serata tra amici.. adesso c’è il buffet, vero?”.
Le Donne:
“Patetico.”.
“Imbarazzante”.
“…. i pompini a fine serata  potevano risparmiarceli!”.
“Sei euro e cinquanta; BUTTATI”.
“Come fa certa gente ad ottenere contributi pubblici?”

Conclusione:
Almeno una cosa è chiara, le donne hanno sempre le idee più chiare, e più palle, degli uomini….!!!!
Buona Visione…

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