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Diari da Orgosolo

Le difficoltà ma anche l’entusiasmo e lo stupore che hanno caratterizzato le scelte registiche di “Banditi ad Orgosolo” raccontate dallo stesso De Seta in alcune bellissime pagine oggi rilette per noi da Antioco Floris. Un tuffo nella poesia. di Antioco Floris

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Quando nel 1958 Vittorio De Seta si avvicina ad Orgosolo, il paese sta cominciando a prendere coscienza in senso politico dello stato di arretratezza in cui veniva costretto da secoli di dominio coloniale prima romano, poi spagnolo, piemontese e italiano. Franco Cagnetta, uno dei padri della moderna antropologia culturale italiana, con la sua “scandalosa” inchiesta sul paese, nel 1954 aveva sollevato un vespaio di dimensioni internazionali e costretto i media a osservare con un occhio nuovo questo luogo patria di banditi.

Per primo su grande scala aveva posto delle domande scomode quanto imbarazzanti: perché, si domandava Cagnetta, il paese vive in condizioni “arcaiche” e “primitive”? Lo Stato interviene per risolvere i problemi sociali ed economici, o la sua azione è incentrata unicamente sui metodi “della conquista militare e della repressione poliziesca”? L’etnologo non esitava a definire “coloniale”, nel vero senso della parola, l’azione dello Stato italiano richiamando gli strali dell’allora ministro Scelba che, non potendo confutare le accuse, imponeva censura. Riletto oggi in epoca di commemorazioni dell’Unità d’Italia il saggio ha una forza illuminante per capire la storia della Sardegna in rapporto ai vari conquistatori che l’hanno dominata negli ultimi millenni, dove Orgosolo appare un emblema di qualcosa che riguarda l’intera isola.

De Seta sul setGià dal dopoguerra la società orgolose si trasforma, inizia un processo di proletarizzazione del pastore che non è più solo e isolato nelle campagne ma comincia a leggere e a confrontarsi, a discutere i suoi problemi e a reclamare i propri diritti. L’inchiesta di Cagnetta - dove già le voci degli intervistati chiedono che si parli del paese e dei suoi problemi - e la sua pubblicazione ampliano in maniera esponenziale la presa di coscienza, così quando Vittorio De Seta arriva in paese con una lettera di presentazione dell’etnologo gli amici del partito comunista lo accolgono a braccia aperte.  «Nel 1958 - ci racconta De Seta - sono andato per la prima volta a Orgosolo. Avevo letto l’Inchiesta di Cagnetta ed ero rimasto molto colpito dalla condizione di vita del paese. Avevo anche letto il Diario di una maestrina di Maria Giacobbe, uscito qualche tempo dopo, e il bisogno di raccontare quella realtà era diventato più forte. Ero arrivato con un biglietto di presentazione di Franco Cagnetta per Alberto Goddi, Mario Battasi e Pasquale Marotto, il fratello di Peppino, che non conobbi perché all’epoca era in carcere o al confino. E soprattutto Carolina Marotto… Erano delle persone politicamente impegnate, comunisti, interessate al lavoro che avrei potuto fare». In paese del giovane documentarista sanno poco, i suoi brevi lavori che lo hanno già segnalato a livello internazionale come uno degli autori più interessanti del periodo, nel paese della Barbagia sono del tutto sconosciuti, ma ai loro occhi è chiaro che il suo contributo alla crescita di Orgosolo può essere importante. Lo accolgono e lo introducono nella comunità, lo fanno entrare nelle loro case e si fanno accompagnare nelle campagne.

Un manoscritto di De Seta su ''Banditi a Orgosolo''Dopo la prima permanenza di un paio di mesi nascono due documentari di dieci minuti: Pastori di Orgosolo e Un giorno in Barbagia, conclusi già agli inizi di giugno del 1958. Racconti essenziali privi di parole, accompagnati solo dai rumori del paesaggio sonoro. Alla visione dei film gli orgolesi rimangono interdetti, mai si sarebbero aspettati un risultato di quel tipo, senza un commento che spiegasse ma solo le immagini della realtà che comunica per quel che è. «I film - ricorda De Seta – furono proiettati in paese qualche mese dopo e il pubblico rimase molto colpito. Per la prima volta si vedevano sullo schermo e si riconoscevano. Erano stupiti della mancanza di un commento che cercasse di spiegare, a favore o contro, la realtà del paese. Penso che proprio questo entusiasmo nei confronti dei documentari mi abbia permesso di fare “Banditi a Orgosolo”. Hanno capito che realmente non ero andato là a cogliere storie forti per fare scandalo o a esprimere giudizi sul loro mondo. E così quando due anni dopo ho girato il lungometraggio la comunità mi ha sempre sostenuto, anche quando qualche elemento violento ha cercato, senza esito, di lucrare con minacce e ricatti».
Dopo i due documentari che ottengono riconoscimenti nei festival del cinema, De Seta lavora nella sua Calabria a I dimenticati e ragiona su un film da girare a Orgosolo. All’epoca vive a Roma, vicino di casa di quel Alberto Moravia che è stato l’editore dell’inchiesta di Cagnetta ed è interessato a scrivere qualcosa su Orgosolo. I due iniziano quindi a collaborare nella stesura di un soggetto. «Ricordo che Moravia – continua De Seta – all’epoca ave
va come segretaria Dacia Maraini che trascriveva a macchina ciò che lui dettava. Abbiamo iniziato a lavorare a un soggetto ma ben presto ho capito che viaggiavamo su strade diverse, lui non era mai stato in Sardegna e conosceva Orgosolo solo tramite l’inchiesta di Cagnetta. E poi il suo approccio era troppo tradizionale, rispettoso di un cinema istituzionalizzato e del tutto inadeguato per raccontare quella realtà. Così dopo alcune pagine ho deciso che avrei lavorato da solo. Mi viene attribuita anche una collaborazione con Franco Solinas ma si tratta semplicemente di una coincidenza. Lui aveva scritto un racconto con alcuni elementi simili e qualcuno aveva detto che il soggetto era frutto di una collaborazione. Ma non è vero. Anche lui peraltro, che viveva fra La Maddalena e Roma, non conosceva la realtà della Barbagia».

''Banditi a Orgosolo''Alla fine del 1959 torna quindi in Sardegna: «Non avevo un’idea precisa di quello che avrei fatto. Rimasi qualche mese, andai nel Supramonte e feci anche una transumanza a novembre. Pensavo di poter percorrere due strade: raccontare un fatto interno, legato ai rapporti dentro la comunità, come una vendetta per esempio, oppure  trattare una storia che riguardasse i rapporti con lo Stato. Optai per questa seconda strada». La storia si delinea molto a grandi linee e i dettagli si definiranno durante le riprese. Non c’è quindi una sceneggiatura, ma solo appunti con varie ipotesi di sviluppo che si potranno scegliere solo in base alle suggestioni degli interpreti che completeranno le idee con la loro sensibilità e la loro esperienza. La scelta di procedere in questo modo crea non pochi problemi per la produzione. I produttori infatti non credono nel progetto troppo al di fuori degli schemi e così De Seta è costretto a produrre il film da solo. «La sceneggiatura, se di sceneggiatura si può parlare, l’abbiamo svolta sul posto, con l’aiuto degli interpreti e di due collaboratori del posto, Mario Battasi, che fa anche l’attore, e Pasquale Marotto. Spiegavo agli attori la scena, il senso di quello che andava detto, esortandoli a trovare loro le parole per esprimere la situazione. Capitava che quando una scena doveva essere ripetuta il testo cambiava, venivano eliminate delle battute e aggiunte delle altre.

''Banditi a Orgosolo''Non avevamo un copione e in sede di montaggio, in alcuni casi, per trascrivere il testo abbiamo dovuto leggere il movimento delle labbra». Eppure questo modo di lavorare per niente ortodosso che adatta le tecniche del documentario alla fiction dà un risultato straordinario perché permette alle vicende di prendere corpo come se fossero reali. Anche la scelta di doppiare gli attori non toglie niente al realismo della rappresentazione tanto che molti a distanza di tempo dalla visione sono convinti che il film sia parlato in Sardo. È il caso, per esempio, di Martin Scorsese che nel ricordare il film come un capolavoro del cinema mondiale parla di “gente che si esprime in un dialetto antico”. A distanza di cinquant’anni Vittorio De Seta pensa che la scelta di lavorare in questo modo sia una delle più felici che ha caratterizzato le riprese di Banditi a Orgosolo. «Avevo intuito che lavorando con attori non professionisti non potevo chiedere loro di studiare la parte perché lo sforzo mnemonico creava imbarazzo e faceva perdere la spontaneità. E allora ho lavorato come avevo fatto nei documentari, sono andato a vivere con loro passando giorni anche all’addiaccio in modo da entrare in sintonia e raggiungere la sensibilità per interagire tranquillamente con loro. All’inizio era tutto molto labile ma a poco a poco il metodo si è stabilizzato tanto che è diventato un mio stile di lavoro che ho seguito anche nei film successivi. “Diario di un maestro” per esempio, pur essendo ispirato al libro di Albino Bernardini, è costruito nello stesso modo».

Il Premio al Boston International Film FestivalIl film nel 1961 è presentato in concorso al festival di Venezia (a fianco a opere di Resnais, che vince con L’anno scorso a Marienbad, Kurosawa, Rossellini. Olmi, esordiente anche lui con Il posto) dove, come noto, viene premiato come miglior esordio alla regia. È un riconoscimento importante che lancia il film in una dimensione internazionale e così viene premiato a New York, a Boston, è proiettato a Cuba e in America Latina, ne scrivono i critici di tutti i paesi. È un film che emoziona e coinvolge ma anche, come a Orgosolo speravano, offre del paese barbaricino un’immagine nuova. «Dopo l’uscita del film – ricorda De Seta – si cominciò a parlare di Orgosolo da una prospettiva nuova, c’era forte interesse per il paese, voglia di visitarlo, di conoscerlo direttamente. E c’era stato anche il caso emblematico del giovane insegnante Francesco Del Casino che, spinto dalla visione del film, sceglie il paese come sede di lavoro e da Siena si trasferisce in Barbagia». Del Casino negli anni diventa un pittore importante, ma soprattutto inventa i murales che saranno uno dei segni identificativi della Orgosolo moderna.

Anche in tal senso il film ha contribuito a far crescere il paese. Come notava Giovanni Congiargiu, uno dei pastori-attori del film, in una intervista di tanti anni fa: «È stata un’occasione per farci conoscere per ciò che eravamo, non più come banditi, ma come cittadini, gente onesta, lavoratori, gente che può stare a pieno diritto insieme agli altri».

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05 ottobre 2011