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Percorso

"A dangerous method" di David Cronenberg

La critica di Elisabetta Randaccio
 
''A dangerous method'' locandinaDavid Cronenberg è un maestro del cinema contemporaneo. Avendo privilegiato nella sua filmografia il genere horror, forse la prima tipologia filmica a servirsi con intelligenza delle sollecitazioni teoriche della psicanalisi (dall’ Espressionismo in poi), è stato un autore capace, come pochi, di esplicitare sul grande schermo gli elementi oscuri e ambigui dell’inconscio. Il suo incontro, anni fa, con il romanzo “Spider” di Joseph McGrath, ha messo in evidenza la sua abilità nel trattare con grande maestria le contaminazioni tra onirico e realtà prodotte da un disturbo psicotico. Inoltre, la sua efficacia nell’esaltare le performance degli attori, ha regalato a interpreti, magari schiacciati da un repertorio stereotipato, l’opportunità di esprimersi al loro meglio. Sembrava, perciò, l’autore più adatto ad affrontare una pagina importante della storia della psicanalisi riguardante la dinamica sofferta tra il  fondatore Freud e l’allievo “ribelle” Jung, e a far da sfondo, il rapporto “pericoloso” tra quest’ultimo e una sua paziente, Sabrina Spierlein, la quale diventerà una brillante psichiatra.
 
''A dangerous method''Sabrina ritornerà nella sua terra natale, la Russia, dove aprirà un asilo (“L’asilo bianco”) incentrato su una pedagogia avanzata. La sorte non la favorirà: sarà, infatti, fucilata dai nazisti e la sua influenza sulla nascente teoria psicanalitica, così come il suo eretico rapporto con il maestro e suo terapeuta Jung, verrà a lungo rimosso, fino alla “riscoperta” negli anni ottanta da parte dello psicanalista Aldo Carotenuto (“Diario di una segreta simmetria”).
Invece, “A dangerous method” è risultato un film mediocre, deludente, da dimenticare, in attesa del nuovo “Cosmopolis”, che si spera faccia ritrovare a Cronenberg la vena straordinaria di “A history of violence” (2005) e della “Promessa dell’assassino” (2007).
''A dangerous method''Quello che scorre sullo schermo è un pasticcio, interessante esclusivamente quando focalizza l’attenzione sul rapporto diretto Freud e Jung, “padre” e “figlio” i quali trascorrono da un’amicizia ammirata a un rifiuto deciso, dove contano, oltre le divergenze teoriche, la lontananza di classe (riuscita, in questo senso, la scena sul piroscafo diretto negli USA per le prime conferenze sulla psicanalisi di Freud). Il resto è un minestrone dai toni melodrammatici, reso intollerabile soprattutto dalla interpretazione insopportabile di Keira Knightley, inadatta al ruolo, incapace di rendere la personalità sfaccettata della Spierlein. Il suo mento proteso nelle crisi isteriche ha suscitato la giusta ilarità alle proiezioni veneziane, dove il film ha avuto la sua presentazione italiana.
 
''A dangerous method''Probabilmente Cronenberg si è fidato eccessivamente della sceneggiatura di Chistopher Hampton, il quale, a sua volta, riprendeva un suo testo teatrale (“A talking cure”) derivato da un libro di John Kerr. Hamnpton è uno scrittore contraddittorio; sa essere brillante nel trascrivere per il teatro e per il cinema “Le relazioni pericolose” (1988) di Choderlos de Laclos, ma sa essere regista pessimo in “Imagini” (2003), firma un piccolo gioiello come “Carrington” (1985) e si perde in questa sceneggiatura per il regista canadese come un novellino al suo primo script. Non c’è, insomma, dietro “A dangerous method” l’attenzione già percorsa da Cronenberg nei confronti della materia psicologica e, dunque, la pellicola implode scadendo, spesso, nel ridicolo. Sul “pericoloso” rapporto tra il giovane Jung e la Spierlein si era già cimentato il nostro Roberto Faenza con “Prendimi l’anima” (2003), che sovrasta “A dangerous method”e lo annulla con la sua delicatezza, l’approfondimento storico e l’ottima resa dei personaggi e degli attori.
 
Lo spettatore deluso da “A dangerous method” ne ricerchi subito il DVD: una ottima terapia per allontanare il ricordo delle macchiette cronenberiane e riappropriarsi del buon cinema.
 
12 ottobre 2011
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