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Le nuove frontiere dello spazio in 3D

 
Il treno dei LumiereDurante una conferenza tenutasi a Locarno nell’agosto del  2005 si sono confrontati due grandi  maestri sul rapporto cinema e architettura:
Massimiliano Fucksas: “Esistono due modi di relazione tra architettura e cinema: uno è quello di usare l'architettura come un palcoscenico, l'altro è quello secondo il quale è l'architettura ad usare il cinema, che poi è quello che io faccio nel mio lavoro.
Dopo aver conosciuto Alfred Hitchcock, sono arrivato ad un'economia architettonica che prima non possedevo.”
Wim Wenders:“ Noi due abbiamo una cosa in comune: le persone devono "abitare" le nostre creazioni, e questa è una bella responsabilità! Inoltre, sia il cinema che l'architettura, devono lasciare degli interstizi, degli spazi vuoti che permettano al fruitore di usare la fantasia, di completare il non-detto. Spesso i film, come gli edifici, sono costruiti senza aria, sono soffocanti, pieni, non lasciano spazio al respiro.”
In questi brevi passaggi può essere sintetizzato il rapporto tra architettura e cinema, due forme d’arte così diverse ma così strettamente intrecciate. Le accomuna un  linguaggio fatto di spazi fisici e mentali,  forme e luci,  pieni e vuoti,  contenuti e  pause che combinandosi in maniera differente veicolano le percezioni di chi ne è fruitore.
''Entracte clair''Anche gli strumenti utilizzati da queste due arti hanno sempre viaggiato di pari passo. Sia l’architettura che il cinema utilizzano lo studio prospettico pittorico,  la fotografia e, più recentemente, lo studio della modellazione virtuale che permette di  costruire o reinventare i luoghi. I modelli 3D hanno introdotto nuovi gradi di libertà e una straordinaria possibilità di consapevolezza dello spazio a beneficio di  chi si occupa di arti  plastiche, nel nostro caso architetti e scenografi,  che possono finalizzare la progettazione alla realizzazione di  edifici o  set cinematografici, a realtà concrete o virtuali.
La ricerca sulla terza dimensione nasce nel cinema pochi anni dopo l’invenzione dei fratelli Lumière intorno agli anni  ’20. Anaglifo,  shutter  glasses, luce polarizzata,  erano sistemi, analoghi a quelli attuali, che ricreavano la percezione della visione tridimensionale  basandosi sostanzialmente su riprese stereoscopiche  percepite dagli spettatori attraverso occhiali speciali. La forma prevalentemente utilizzata attualmente è il 3D digitale che grazie a una maggiore qualità tecnica rispetto ai sistemi precedenti ha permesso una diffusione capillare  di questi film, veicolando la produzione  prevalentemente verso il cinema rivolto all’infanzia  e in particolar modo verso i film di animazione.

''Anemic''Il film in 3D pur avendo una storia abbastanza consolidata ha, per una sorta di natura congenita,  sempre mantenuto vive le sue origini di fenomeno da baraccone, rivolgendosi al  pubblico con lo stesso atteggiamento che caratterizzò le prime proiezioni del cinematographè dei fratelli Lumière. Meraviglia, stupore, panico sono i registri prevalenti . Il terrore e la sorpresa che provano gli spettatori che oggi guardano le immagini che sembrano fuoriuscire dallo schermo sono in tutto e per tutto simili   allo sgomento provato da chi vide per la prima volta – “L’arrivèe du Tain en gare” del 1896 dei fratelli Lumière e che gli stessi Lumière riproposero in versione anaglifica nel 1933.
Il film d’autore ha fin qui preso le distanze dal cinema tridimensionale forse perché quest’ultimo non ha ancora saputo portare a termine quel passaggio di crescita che il cinema tradizionale ha effettuato fin dal primo decennio del 1900.

''Un chien andalou''Le prime attenzioni artistiche rivolte al cinema nascono con il Futurismo, ma tutte le avanguardie del primo trentennio del secolo scorso intravedono nel cinema uno strumento capace di smitizzare l’arte analogamente ad alcune opere di Duchamp (la gioconda con i baffi; la ruota della bicicletta etc.). Lo stesso Duchamp realizza un film, "Anemic"  così come: Fernand Leger (Ballette Mècanique), Man Ray (Les Mistèr de le Chateau du Dé). Altri artisti offrono i loro contributi per la realizzazione di  scenografie: i pittori Rohrig e Reimann, e l’arch. Hermann Warm di  Der Sturm per “Il gabinetto del dottor  Caligari” di Wein;  Salvador Dalì  per “Un chien andalou” di Bunel; Mallet Steven Fernand Leger e Guido Cavalcanti  per “L’inhumane” di Marcel L’Herbier per citare alcuni dei più noti.  Dalla collaborazione   di René Clair  con i dadaisti nasce  "Entr’act" del 1924 concepito come un opera interattiva in cui anche il  pubblico è  partecipe: “Picabia  (coautore insieme a Clair del film n.d.r.) e Satie, muovendosi al rallentatore, caricano un cannone e sparano una palla in direzione degli spettatori ….. lo spettacolo è teso a realizzare una commistione tra il piano della scena e quello della vita” *.
 
''L’inhumane''Il cinema tradizionale si è dunque presto arricchito di contributi artistici, mentre il cinema tridimensionale è stato visto come un fenomeno da luna park fino agli anni ’80, anni  in cui  anche la   modellazione 3D comincia a diffondersi in maniera capillare nell’ambito della progettazione architettonica. Nel maggio 1985 viene inaugurata a Parigi nel Parc de la villette la Geode opera dell’architetto Adrien Fainsilber e dell'ingegnere Gérard Chamayou . E’una grande sala di proiezione costituita da una base in ferro, vetro e granito sormontato da una sfera di 36 m di diametro realizzata in triangoli di acciaio lucido che contiene all’interno una sala di 400 posti e uno schermo curvilineo di 26 m di diametro e 1000 mq in cui lo spettatore utilizzando gli appositi occhiali viene avvolto. La Francia di Mitterand realizza un tempio della proiezione tridimensionale, ma questo non basta a invertire il segno della qualità della produzione dei film in 3D.
 
Wenders sul set di PinaMa veniamo appunto ai giorni nostri, perché dopo un lungo periodo di indifferenza da parte del cinema di autore sono stati presentati durante il  festival del Cinema di Roma  e in prima visione in Italia, due film che fanno compiere a questo mezzo cinematografico il grande salto di qualità:  “Hugo” di Martin Scorsese, e “Pina” di Wim Wenders.
Il film di Scorsese tratto da un racconto di Brian Selznik, lontano parente di David O. Selznick produttore di “Via col vento” racconta la storia di Hugo Cabret un orfano che vive in una stazione a Parigi. Scorsese però coglie dal testo l’occasione per un tributo d’affetto alla storia del cinema rendendo omaggio ai Fratelli Lumière e a George Méliès, regista di “Voyage dans la lune” e protagonista del film.
 
'Hugo 3D'' di ScorseseMa ciò che coglie finalmente la potenzialità espressiva del 3D è “Pina” di Wim Wenders che racconta  la storia di Pina Bausch la celebre coreografa esponente della Tanztheater,  avanguardia del teatro danza tedesco degli anni ’70. Il regista ha lavorato a questo progetto insieme alla stessa Bausch che è però scomparsa nel 2009 prima dell’inizio delle riprese. L’idea dominante di regia è efficacemente sintetizzata dallo stesso Wenders "Il pubblico doveva provare la sensazione di essere sul palcoscenico con i danzatori, anche se questo ha significato piazzare in mezzo al teatro una gru che sembrava un dinosauro"**.

*Antonio Costa – Cinema e avanguardie storiche – Dada. In “Storia del cinema mondiale” Einaudi.
** Paola Casella - Il Sole 24 Ore -
9 novembre 2011