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"Paradiso amaro" di Alexander Payne

Il consiglio di Elisabetta Randaccio

''Paradiso amaro'' LocandinaPerché le versioni italiane dei film stranieri sono, nella maggior parte dei casi, da dimenticare? “Paradiso amaro” di Alexander Payne non fa eccezione. Già la scelta del titolo banalizza i contenuti del film, invece resi espliciti da quello originale (“The discendants”), che anticipa una delle sue chiavi interpretative.

Meglio stendere un velo, poi, sul doppiaggio, il quale servendosi delle solite voci, ormai usate senza alcuna differenza di tono per svariati attori stranieri, e utilizzandone altre, in cui si percepisce uno spiccato accento romanesco, appiattisce ingiustamente l’opera.

Nonostante questo sconcio, “Paradiso amaro” riesce a reggersi egregiamente e, come tutti i film riusciti, combina il riso e il pianto, modellandosi alla maniera di una tragicommedia, non fine a se stessa, ma tesa ad approfondire tematiche critiche del nostro tempo. Tratto da un libro di Kaui Hart Hemmings, “Paradiso amaro” ha la sua forza nell’ambientazione cinematograficamente inusuale: l’arcipelago hawaiano privo dell’aura esotica stereotipata tipica di certe pellicole del passato. Anche se la natura è ancora straordinariamente fiorente, le isole Hawai sono segnate dalle ferite dell’urbanizzazione selvaggia e del turismo ossimoricamente di lusso e di massa.

''Paradiso amaro''I possenti grattaceli delle metropoli possono circondare  - come si vede in una scena del film – un cimitero “storico” con le tombe dei nativi; gli indigenti vivono nelle capanne-baracche sulla spiaggia, gli alberghi, le villette, i resort si affollano ai margini di un Oceano ancora suggestivo. La stessa frattura tra ambiente e urbanizzazione era un elemento rilevante in “Sideways” (2004) , altra fortunata opera di Payne, dove la splendida valle californiana cosparsa di vigneti era meta di un turismo invasivo, falsamente raffinato. In “Paradiso amaro” le coline, il mare, il vento, il sole, la pioggia sembrano osservare i discendenti degli antichi colonizzatori, le loro intricate vicende, mentre gli abusi da “civilizzazione” indicano un errato approccio all’esistenza. In questo contesto, si inserisce la scelta economica e di vita di Matt, che deciderà di salvare l’ “angolo di paradiso” ereditato dagli antenati, perdendo una grande occasione finanziaria, ma acquisendo la consapevolezza della memoria da preservare e approdando, così,  pure all’elaborazione del lutto e alla serenità familiare.

''Paradiso amaro''Tale scelta si costruisce in maniera graduale; nasce, inizialmente dal rancore per il tradimento della moglie, scoperto quando quest’ultima è in coma per un incedente nautico, e si sviluppa nella visione rigenerata della realtà naturale e familiare. Infatti, nell’arcipelago del “paradiso” hawaiano, dove l’artigianato dei nativi è diventato materia di souvenir pacchiani, dove “i miliardari hanno l’aspetto di barboni”, dove ville con piscina e lussuosi viaggi da un’isola all’altra non attenuano il male di vivere, si snoda la crisi esistenziale di Matt, padre e marito fallito, in cerca di un senso ai cambiamenti repentini che agitano la sua vita di facoltoso avvocato, discendente, non a caso, da una principessa nativa e da un banchiere americano. Solo le lacrime d’amore nell’addio alla moglie, sembrano ricomporre il suo destino.

''Paradiso amaro''Alla Natura torna ogni cosa e la scena, anche cruda, della dispersione delle ceneri di Elizabeth in mare, ha il senso di un tributo dovuto agli elementi primordiali. Il cast del film, che è sorretto dalla sceneggiatura di ferro di Payne, di Next Foxon e di Jim Rash (lodevolmente premiata con l’Oscar), è perfetto. George Clooney (da apprezzare nella versione originale) ne è il protagonista ineccepibile. Come in altre sue prove riuscite, ha la capacità di alternare il registro melanconico con quello buffo; si mostra poco glamour, inelegante, invecchiato, ma arriva con un’abilità da grande professionista al cuore degli spettatori.

Il consiglio precedente: "Hugo Cabret" di Martin Scorsese

29 febbraio 2012