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Sguardi sul Festival di Roma

Ritorno al grande cinema, tra polemiche e stars, con il successo (in)atteso di "Hunger Games". Visioni dall'Isola con "Capo e Croce". E "Dal profondo" vince la Prospettiva Italiana Doc. di Giovanna Branca

''Hunger games''Sono all'insegna della sorpresa i premi assegnati al Festival di Roma nella sua ottava edizione, la seconda diretta da Marco Muller. Pareva scontato che gli americani avrebbero fatto man bassa di tutti i principali riconoscimenti, considerata sia la nazionalità del presidente della giuria James Gray che l'indiscussa superiorità di un film come "Her" di Spike Jonze, nonché la presenza in concorso di un favorito agli Oscar come "Dallas Buyers Club" di Jean-Marc Vallée.

Eppure a Roma è di nuovo il cosiddetto cinema del reale a trionfare – con il semi-documentario "Tir" di Alberto Fasulo, che porta a casa il Marc'Aurelio d'oro - a pochi mesi di distanza dalla prima vittoria di un documentario (Sacro GRA) nella storia del Festival di Venezia. Che sia una coincidenza? Il segno di un sommovimento di fondo nel cinema italiano? Un maldestro tentativo di far parlare di sé ponendosi sulla falsariga del discusso leone d'oro assegnato da Bertolucci? D'altronde anche la scelta di premiare come miglior attrice Scarlett Johansson, che nel film in cui è protagonista – di nuovo "Her" – è presente solo in forma di voce, sembra presa proprio per far discutere.

''Festival del Cinema di Roma''Certo è che le polemiche non si sono fatte attendere e che probabilmente non si interromperanno presto, dividendosi tra dibattiti interessanti e inutili querelle tra chi fa distinzioni fra il cinema del reale e quello di fiction, come se non appartenessero alla stessa famiglia.
Ma è certo anche che un Festival non si può valutare né raccontare solo sulla base dei premi assegnati, per quanto facciano discutere. E d'altronde il Festival di Roma suscita vespai di polemiche dalla sua stessa nascita, segnata dallo scetticismo nei confronti dell'utilità di una simile kermesse così ravvicinata a Venezia e Torino; poi dall'abbandono dell'idea veltroniana di “festa” del cinema, rivolta più al pubblico che agli addetti ai lavori; fino alla delusione per il primo anno all'insegna della gestione Müller.
La notizia è invece che quest'anno il Festival romano non delude affatto: porta in concorso film interessanti; moltiplica gli incontri, aperti al pubblico, con i “protagonisti” del cinema che da sempre contraddistinguono la kermesse romana (quest'anno il grande attore inglese John Hurt, i registi Jonathan Demme, Spike Jonze e Wes Anderson accompagnato da Roman Coppola, Checco Zalone reduce dal successo di Sole a catinelle); mette a segno l'anteprima – anche se solo italiana - che porta a Roma masse di fan adoranti, quella del secondo capitolo di Hunger Games.

''Hunger games''Ed è proprio "Hunger Games" a consentire qualche riflessione fra le più interessanti su questo Festival: il giorno della presentazione del film, in cui sul tappeto rosso sono attesi la protagonista Jennifer Lawrence insieme a Liam Hemsworth e Josh Hutcherson, centinaia di adolescenti affollano l'Auditorium, alcuni (e soprattutto alcune) occupando la propria postazione davanti al red carpet dalla sera prima e passando una stoica nottata all'aperto ed un'intera giornata in attesa per poter essere in prima fila al passaggio dei divi. Cose che non si vedevano dai tempi di "Twilight" (passato anch'esso da Roma) ma con qualche sostanziale differenza. "Hunger Games" è una distopia futurista su un mondo diviso in distretti in cui si muore di fame, tutti asserviti al governo dittatoriale della capitale ricca (Capitol) che organizza ogni anno dei giochi in cui dei tributi umani da ogni distretto vengono mandati ad uccidersi a vicenda in diretta televisiva, finché non ne resterà soltanto uno. L'eroina riluttante Katniss, da vincitrice suo malgrado dei giochi diventerà la paladina della rivoluzione di un mondo soggiogato dall'ingiustizia.
"Twilight" era invece sostanzialmente la versione cinematografica di un romanzo Harmony mal scritto con i vampiri intorno.

''Hunger games''Che le giovani generazioni – in parte le stesse che hanno amato "Twilight" – si identifichino in un film dal messaggio in fondo così complesso e critico nei confronti della realtà in cui viviamo dà la misura non solo del potere affabulatorio del cinema ma del suo ruolo essenziale nel seminare un immaginario positivo tra le “masse”. Al netto dei fenomeni di isteria collettiva come i pianti, gli svenimenti, le ragazze che si arrampicano sugli alberi per avere una migliore visuale del tappeto rosso, "Hunger Games" porta al Festival di Roma sia il sogno – l'evasione hollywoodiana – che la realtà, per quanto trasfigurata in una storia fantascientifica. E con la realtà vera e propria fa cortocircuito questo grande evento mediatico proprio nel giorno in cui i comitati per la casa “assediano” il Festival e poi occupano simbolicamente il tappeto rosso con le loro storie inascoltate, i bambini sfrattati, gli affitti triplicati da palazzinari contro cui non interviene nessuno. Nel giorno insomma in cui si celebra un'eroina che lotta contro la tirannia al Festival irrompe il senso di colpa, il glamour e l'opulenza vengono incrinati dalla rivendicazione di diritti basilari e dalla contestazione nei confronti della spesa pubblica per la stessa manifestazione cinematografica. Ironicamente da chi si serve dello stesso cinema – le maschere di Anonymous prese dal film "V for Vendetta" – per protestare.

''Capo e croce. Le ragioni dei pastori''E una storia di protesta è anche il bel documentario di Paolo Carboni e Marco Antonio Pani – "Capo e croce, le ragioni dei pastori" – che rappresenta la Sardegna al Festival di Roma. Frutto di un percorso durato anni, in cui i registi hanno seguito i pastori protagonisti del film nelle lotte per una maggiore tutela del loro lavoro, ormai sempre in perdita, Capo e Croce porta nella capitale – dove fu loro incostituzionalmente proibito di arrivare per manifestare le loro ragioni nel 2010 – i protagonisti di una vicenda ancora in corso in cui Davide sfida ancora una volta Golia: i pastori sardi contro un mercato globalizzato che penalizza i loro prodotti spacciando come isolani formaggi e animali scadenti e a poco prezzo che vengono dall'estero, e uno Stato incapace di tutelarli. Priamo, Dino e gli altri “protagonisti” bucano lo schermo più di tanti attori, e Pani e Carboni, anche se purtroppo non portano a casa nessun premio, realizzano una poetica ed intelligente apologia di un mondo che rischia la scomparsa imminente.

''Dal profondo''A vincere Prospettiva Doc Italiana è però un altro film che riguarda la Sardegna: "Dal profondo" di Valentina Pedicini, in cui attraverso lo sguardo dell'unica minatrice italiana; Patrizia, veniamo condotti nel mondo “di sotto”, in cui “ la notte non finisce mai” e i lavoratori lottano contro la chiusura della miniera decisa dalla Regione.
Sono tanti gli altri film degni di menzione di questa ottava edizione del festival romano, così come non sono mancati quelli che sarebbe meglio relegare all'oblio, ma complessivamente questa “festa” sembra iniziare una ripresa dalla mediocrità delle ultime edizioni, sia nel cinema del reale che in quello di finzione. Ammesso che siano due cose distinte.

20 novembre 2013