Percorso

Dvd - S. Scavio (Koinè)

"Holy motors" di Leo Carax

di Sergio Scavio

''Holy Motors''La trama. Un uomo vive ed interpreta tante vite, che sembrano una sola.

E' tutto finito, è tutto da rifare. Riadattando Gino Bartali si  descrive “Holy Motors”, l'ultimo lavoro del cineasta, sulfureo quanto ortodosso, Leo Carax.

Il tema di fondo, difatti, del film in concorso nella scorsa edizione del Festival di Cannes ed oggetto di estenuanti discussioni tra gli iniziati alla critica cinematografica, è il consumarsi delle cose nella vita e delle loro nuove possibilità nel racconto d'arte. Lo schema è piuttosto classico, nel genere non inconsueto del film sul cinema: un'idea narrativa forte e semplice è la lavagna dove inscrivere pulsioni e speculazioni del regista. In questo caso il soggetto è però piuttosto originale: un attore migra, a bordo di una lussuosa limousine da camerino allestita, tra le strade di Parigi, interpretando quelle che definirei “séquences vivant”, un ibrido sofisticato di blocchi narrativi autonomi che aspirano ad una sospensione nello spazio e nel tempo degne di dense aspirazioni spirituali.

''Holy Motors''Ed ecco che il nostro attore, un Denis Levant consapevole dell'eccezionalità del ruolo, muta di vita in vita, per raccontare la vita del cinema che viene a mancare, la fine di un epoca. La riflessione è fine ed alta, viaggia tra i generi – il poliziesco, lo splatter, l'erotico, l'esistenziale – e tante immagini del novecento, cinematografiche e non. Gli omaggi ai maestri del cinema ci sono, com'è d'obbligo nel caso, ma sono forse i momenti meno significativi del film. E' sicuramente meglio riuscita la riflessione sul cinema come tappa culturale del secolo andato, e come strumento adatto per raddrizzare quell'albero storto che è la vita. Il cinema, ed “Holy Motors” ambisce a rappresentarne il distillato, è descritto come un dialogo davanti ad un letto di morte che si trasforma in un ritorno alla più banale quotidianità, è un assassino che uccide due volte, e lo fa tutt'e due le volte con sé stesso.

''Holy Motors''Nel cinema di Carax si smonta la tragedia della morte, si può finalmente smettere di soffrire per dedicarsi al pensiero più puro sul senso delle cose. Si abbandona il dolore, ma non si smette mai di cercare uno sguardo, perché guardare correttamente, con ostinazione è l'obbligo morale dell'intellettuale e dell'artista. Il vero momento di sconcerto del film è quando, nel corteggiamento tra Oscar ed una “vivant” in un albergo fantasma, un'amante dice all'altro, terrorizzato: “E se non c'è più nessuno, a guardare?”. Guardare vuol dire avere un punto di vista, esistere in relazione con il mondo. Ed il cinema, fino ad ora, ha rappresentato il teatro di questa relazione. Ed ora che il cinema muore, dove e con che cosa guarderemo?

''Holy Motors''Il viaggio nel cuore della notte parigina di Oscar, nel teatro-macchina guidato dalla segretaria Céline - nomi mai a caso - è dunque un viaggio a ritroso nel ruolo del cinema, sopratutto in quello che, il cinema des auteurs in particolare, non ricopre più nella cultura contemporanea, al suo culto per pochi ed al vuoto che, in questo momento, ha lasciato.
Carax in “Holy motors” è creativamente bulimico, assomma spazi di scrittura tradizionali a aree più eccentriche, per esempio le lapidi del cimitero che riportano tracciati i siti internet dei nuovi creativi contemporanei. Ma più di tutto è il corpo dell'attore, ostentato fino all'ossessione, che diventa il foglio dove Carax inscrive il racconto. Dentro la limousine, spazio sacro e ricreatore – le holy motors sono uno spazio cronenberghiano, non solo l'ultimo di “Cosmopolis” ma anche quello di “Crash” - Oscar muta pelle ed identità (di nuovo le mutazioni e di nuovo Cronenberg) per diventare, in sintesi, l'uomo che re-inventa il mondo o che, almeno, lo costruisce in in nuova maniera. Muta, per la precisione, undici volte. Undici storie e undici seconde chance concesse, perché il cinema è anche, in fine, se non speranza, almeno consolazione in terra.

Un film che merita tanti aggettivi, non tutti positivi. Certo è che la sfida era difficile e che non è andata del tutto perduta: la suggestione è quasi sempre affiancata da una vivace riflessione,  da una rabbia sincera per la fine di un epoca, da una capacità di fascinare ancora lo spettatore. Tra gli extra del DVD una interessante intervista al regista.

21 gennaio 2014

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