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“L'ansia d'infinito” di Maria Lai

Ritratto d'artista nel film (e nell'omonimo libro) di Clarita Di Giovanni, in uscita per Condaghes con l'inedito “Post Scriptum”. di Salvatore Pinna

Maria LaiDi solito accade che un  film sardo, specie se è un documentario, dopo qualche uscita lusinghiera e qualche riconoscimento in festival di prestigio, esaurisca il suo ciclo biologico senza poter sviluppare a fondo il suo  potenziale di rivelazione e di conoscenza presso il pubblico. Quando ciò non accade, è perché qualcuno, privato o ente, vuole tenere vivo il suo valore d’uso, estetico e sociale, e, persino il suo valore di scambio. È quanto è successo per “Ansia d’infinito”, il film su Maria Lai realizzato nel 2010 da Clarita di Giovanni.

A un anno dalla scomparsa della grande artista, la casa editrice Condaghes rilancia l’interesse per il film e per l’artista ulassese con un libro e due DVD, riuniti in un'unica pubblicazione intitolata “Maria Lai. Ansia d’infinito”, a cura di Clarita Di Giovanni (Condaghes, 1913,  € 40,00).

Maria LaiInsieme al film “Ansia d’infinito”, l’edizione, arricchita dalle fotografie di Stefano Gramitto Ricci,  presenta l’inedito “Post Scriptum” che, come dice la regista e curatrice, offre «nuovi approfondimenti tematici» e «indicazioni del pensiero di Maria Lai».
Rivedere “Ansia d’infinito” ripropone intatta l’emozione della prima visione. Si tratta di un film di valore assoluto, che sarebbe riduttivo racchiudere nel genere “film sull’arte”. In  esso l’avventura esistenziale di Maria Lai, il suo  gesto artistico e il suo pensiero, che si definiscono e si illuminano vicendevolmente, sono rappresentati come  “tratti di un percorso mai concluso, sempre ridefinito e riaggiornato come le sue opere stesse”.

Maria Lai. Ansia d'InfinitoL’illusionismo del cinema  conferisce la terza dimensione ad un'opera che sembra nata per la rappresentazione nello spazio cinematografico. Le leggende,  le parole, gli oggetti che nascono dalle mani e dalla mente dell’artista sono imprevedibili e sorprendenti. Il film, con le riprese delicate e mai invasive, con il montaggio narrativo,  con la musica che segue discretamente il tono delle immagini restituisce il fascino del racconto popolare, della suspense, e della fantascienza.  E anche l’emozione di chi l’ha girato perché un film su un artista è pur esso un’opera d’arte  e non sarebbe tale se non rivelasse una soggettività dietro la macchina da presa.

Maria LaiPost Scriptum”, come dice la stessa Di Giovanni,  «contiene nuovi approfondimenti tematici, voci di testimoni e storie personali. Indicazioni del pensiero di Maria Lai che non avevano trovato spazio nella durata del primo film». Mentre “Ansia d’infinito” è un’intensa  e poetica partecipazione al viaggio creativo, “Post Scriptum” è sull’arte del viaggiare, intendendo per questo la conoscenza e la crescita. Si potrebbe considerare una summa della vocazione pedagogica di Maria Lai, consustanziale all’estetica dell’arte pubblica da lei propugnata. Da qui le affermazioni dell’arte come artificio rigoroso, che non ammette ingenuità, l’analogia tra il pane che nutre il corpo e i pani di pietra che nutrono la coscienza, e che solo il processo di digestione, corporea o culturale, fa diventare sangue che fa battere il cuore.

Maria LaiDa qui, la novantenne artista cosmopolita inventa la stupenda e divertente metafora del calcio, che non è meno rigoroso per il fatto di essere gioco. Da qui le affermazioni nette e severe sulla scuola e i suoi doveri elusi.  
Il percorso produttivo dei film è descritto da Clarita Di Giovanni nell’introduzione al libro.  L’incontro con Maria, la cura di ricercare la giusta distanza di ripresa, il basso impatto di una troupe ridotta al minimo ma di alta qualità tecnica, capace  di assecondare  il flusso narrativo coscienziale dell’artista.  «È la sua ultima voce – scrive la regista – che alterna ancora riflessioni nette, senza appello, alla dolcezza improvvisa, disarmante da bambina.»

Maria LaiAlla fine, mentre la macchina da presa, sorvola leggera il suo “Geographies, 1987-94” su quell’immagine cosmica di stoffa e di cuciture dice: «Il realtà la mia è una ricerca. Da quand’era piccolissima il problema era di sapere cosa dovevo fare. Perché ero al mondo? Perché?»
Il libro  raccoglie i contributi critici e le testimonianze di chi, a vario titolo, ha condiviso o incrociato  il percorso di Maria Lai: Achille Bonito Oliva, Cristiana Collu, Manuela Gandini, Maria Dolores Picciau, Guido Strazza e Maria Sofia Pisu. Sapere e saggezza atavica e modernità, intuizione di futuro nell’arte (e nel pensiero) di Maria Lai sono messe in evidenza da Achille Bonito Oliva secondo cui le opere di Maria scandiscono la condizione tematica dell’insularità dove c’è «il bisogno vero di partire da una storia e di sconfinare nella geografia».  Di andare oltre ogni isolamento, ogni autarchia. «L’artista propone in tal modo il tema  estremamente moderno della comunicazione. Perché “è la comunicazione l’etica dell’arte contemporanea”».

Maria LaiCristiana Collu si sofferma, in modo breve ma intrigante, sulla modalità femminile di essere artista incarnata da Maria Lai, e sul suo carisma speciale quanto inconsapevole  che «risiede nel suo passo, nei suoi movimenti, nella sua figura minuta, garbata e aspra allo stesso tempo». Meglio ancora, nel suo modo caparbio di portare la propria stessa fragilità o qualcosa che poteva sembrare tale.   Ad onta delle vicissitudini dell’esistenza avventurosa di una donna che ha cercato di realizzare se stessa nel mondo, Maria «non la sa lunga per niente. Tutto le si presenta come la prima volta». L’ inclinazione dell’artista per gli aspetti ludici è  accennata nel ricordo di una mostra fatta insieme nel 2002, intitolata appunto «Come un gioco” che è poi    esemplare per una che –come è stato scritto - ha cominciato “a coltivare  come un gioco una riscrittura della grammatica linguistica del mondo”».

Maria LaiIl suo amico Guido Strazza deposita nel libro il delicato ricordo di una poesia di Maria Lai che parla di «un insetto piccolo piccolo, gran cacciatore di nulla, che vuol legare con filo gli spazi vuoti di quel nulla per tessere immagini ideali di mondi invisibili». È quello che ogni artista fa «cucendo realmente  tra loro spazi e materie».
Un profilo biografico di Maria Dolores Picciau consente di seguire il lungo percorso creativo e umano di Maria Lai: il suo rapporto con la Sardegna, le fasi creative, lo svilupparsi del suo pensiero,  l’indispensabile collegamento tra il pensiero, le parole e l’opera, i periodi di pausa che sono in realtà momenti di riflessione sulle tecniche  e sui materiali  che la portano a scelte originali, indipendenti dalle correnti e dalle interpretazioni di genere. Ciò che non viene mai meno è, però, l’attenzione a «rileggere il gesto, il ritmo, il rito sacrale delle donne che impastavano il pane o cucivano i tessuti, a recuperare  gli antichi strumenti di lavoro».

Maria LaiMa, come spiega Manuela Gandini, «Usa il cucito per creare mondi sfilacciati. Crea telai per renderli inutilizzabili. Intreccia fili per disfare il perbenismo che permea la società, scrive libri di stoffa con parole cucite illeggibili. Parole che si annodano e fuggono, parole interrotte, drammatiche, imprigionate. Pensieri che non possono essere detti».
Maria Sofia Pisu, nipote e collaboratrice di Maria Lai,  è autrice di un testo che, oltre ad essere una bella recensione di “Ansia d’Infinito”,  ha il merito di farci capire quale importanza avesse per l’artista il film di Clarita Di Giovanni. «Mai prima di allora zia Lola aveva raccontato di sé così gioiosamente e organicamente le sue tesi sul ruolo dell’arte, i suoi ricordi, i suoi amici. La sua opera è sempre pervasa dallo stupore e dal desiderio di comunicare  il suo dialogo umano con l’universo.

Maria LaiVoleva essere dimenticata per incominciare di nuovo l’avventura e diceva che un’opera ha bisogno  di molto tempo per essere rivelatrice. È ancora con noi con tutti i suoi segni, con le sue parole calibrate e avvolgenti, il suo sguardo acuto, i suoi silenzi».
L’iniziativa editoriale di Condaghes è un segno della volontà di non interrompere il ciclo biologico del film e dell’opera di Maria Lai.  È  importante che vi abbia contribuito la Sardegna Film Commission e, soprattutto, che abbia trovato in Cinemecum un entusiasta ”media partner”. Niente è così vicino allo spirito di Maria Lai che l’idea del mettersi insieme, del cucire. In “Fili di memoria” di Francesco Casu, anch’esso dedicato a Maria Lai, l’artista spiega: «Mi chiedo: cosa vuol dire cucire. Un ago entra ed esce da qualcosa lasciandosi dietro un filo.

Maria LaiSegno del suo cammino che unisce luoghi e intenzioni. Più che saldare e incollare, che portano insieme estraneità, il filo unisce come si unisce guardando o parlando. Niente è fisicamente trasformato. Le cose unite restano integralmente quelle che erano. Solo attraversate da un filo.  Traccia di intenzioni. Raggio laser. Nota assoluta. Percorso del pensiero. Un bussare alla porta, entrare. Esplorazione non presa di possesso. Perché il filo si può tagliare, sfilare e tutto. Luoghi e tracce del pensiero tornano intatti. Affidati alla memoria. Che è altro filo, altro cucire».

5 marzo 2014