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Beep: la vita in un codice a barre

Storia di una giovane donna – cassiera in un supermercato – tra simboli del consumismo e alienazione contemporanea, sogni di fuga e libertà. di Anna Brotzu

'Beep'' Antonello MurgiaCronaca di una (surreale) catarsi, “Beep” - opera prima del cagliaritano Antonello Murgia, regista/ musicista, cofondatore con Fabio Marceddu della compagnia Teatro dallarmadio – racconta, in chiave dark, con venature quasi horror, l'inizio di un'ossessione: l'incubo privato di Cinzia, la giovane protagonista, che lavora come cassiera in un supermercato, si manifesta con il ripetersi inatteso, poi sempre sempre più incalzante, del segnale acustico che scandisce la lettura di un codice a barre.

Il suono, inconfondibile refrain delle sue giornate trascorse a battere scontrini e sorridere ai clienti, invade come un'eco fastidiosa le sue giornate, sembra inseguirla ovunque, perfino tra le mura di casa, sotto la doccia, mentre fa l'amore o litiga con il suo ragazzo, in ogni situazione, in ogni  momento della sua vita.
Simbolo del consumismo, di un materialismo sfrenato con conseguente  mercificazione di qualsivoglia aspetto dell'esistenza, quel “beep” insistente, volutamente e ambiguamente al confine tra immaginazione e realtà, come un pensiero molesto, svela un'insolita preveggenza, una capacità di identificare e quasi leggere dentro le persone e come in un gioco pericoloso di assegnare loro una data di scadenza. Quell'idea disturbante, quasi una variante ludica del sinistro memento mori medioevale, ovvero un'acuta consapevolezza della transitorietà delle passioni e di tutto ciò che è umano, troppo umano, si trasforma nell'urgenza di dare un senso alla propria vita, in una ribellione alle regole e alla routine.

Una crisi esistenziale, quindi, ma raccontata con il linguaggio immaginifico del cinema, sul filo della suspense e del mistero: la dimensione onirica si mescola a quella riconoscibile e “banale” del quotidiano, le sequenze iniziali quasi da storia gotica, o da thriller precipitano lo spettatore in medias res, rendendolo partecipe del dramma della protagonista. Dettagli di una vita, una relazione amorosa (forse) già al capolinea, un lavoro insoddisfacente, un'ansia di libertà, di sperimentare nuove cose: il “beep” è forse il segnale di allarme, l'indizio che qualcosa non va, che è tempo di cambiare. Un  incontro “fatale”, di quelli che scrivono un destino e l'apparizione di un personaggio enigmatico sembrano rispondere al desiderio della giovane donna di intraprendere un  viaggio alla ricerca di se, senza più curarsi dell'opinione altrui. Per iniziare, finalmente, a vivere.

'Beep'' Antonello MurgiaBeep” - inizialmente pensato “soltanto” come tesi d'Accademia – ha riscosso un lusinghiero successo di critica e pubblico, conquistando numerosi e importanti premi in vari Festivals in Italia e altrove; nella rosa dei corti in corcorso per il David di Donatello, ha ottenuto – per citare solo i più recenti, il Premio per la miglior attrice, Lucia Nicolai, al Videoconcorso Francesco Pasinetti; il  Premio per la miglior sceneggiatura al Fabriano Film Festival, e nell'Isola una menzione speciale al  Sardinia Film Festivai, oltre al Primo Premio della Giuria al V Festival del Mediterraneo (ex aequo con “Zacharie ya no vive aquì” di Antonio Segre). Il cortometraggio  - già presentato in una sezione collaterale dalla settantunesima Mostra del Cinema di Venezia - sarà prossimamente al VII Festival del Cinema Italiano di Madrid ideato e organizzato da Cinecittà Luce/FilmItalia in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid e con il patrocinio dell’Ambasciata Italiana; e al Foggia Film Festival (in programma dal 22 al 29 novembre).

Nel cast spiccano, accanto all'intensa Lucia Nicolai (nel ruolo di Cinzia, la protagonista), l'affascinante Isabel Moiño Campos, Vincenzo Paladino e Umberto Terruso; soggetto e sceneggiatura sono dello stesso Antonello Murgia (che ha composto anche le musiche originali); “Beep” è una coproduzione dell'Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni e del Teatro dallarmadio, in collaborazione con  Di Meglio - Milla s.r.l. Gruppo Monteforte.

'Beep'' Antonello MurgiaLa parola all'autore, Antonello Murgia: cos'è “Beep”?
“Beep” è un cortometraggio, quello che io amo definire un film breve; è una storia di finzione, e nasce come tesi conclusiva del triennio di studi all'Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni - Accademia di Cinema Recitazione Comunicazione di Busto Arstizio; per il diploma, oltre a una tesi scritta, è richiesta la realizzazione di un'opera filmica. Io pensavo che sarebbe rimasto dentro i confini didattici e della riuscita di una tesi, come per la partitura scritta per il diploma di composizione in conservatorio. Invece è successo il contrario: questo corto è ormai in orbita e mi ha dato tante soddisfazioni.

Una piacevole sorpresa... comunque
E' un sentimento che non riesco a definire: girarlo mi è costato tanta fatica che è stato più un trauma … (sorride, ndr.): solo per montarlo un'ora e mezzo di viaggio, in treno con la mia valigia...

Un'immagine evocativa – da migrante moderno (per seguir virtute e canoscenza)... In “Beep”  lei mette l'accento su certi eccessi e miti del consumismo, di una civiltà che segue le regole del mercato (invece delle leggi del cuore)
Su a Nord ho scoperto dei tesori celati dietro un'apparente freddezza e distacco “clinico”, che non è solo uno stereotipo, e non necessariamente negativo: ho imparato molto sul modo di lavorare, sul rigore, sul rispetto, e il riconoscimento della professionalità, ma anche su una certa visione della vita, tanto che ho deciso di raccontarla. Per quanto concerne il “modo di vivere” in generale, l'incontro con una certa realtà - è davvero un altro mondo - mi ha ispirato moltissimo perché lì senti la predominanza del “soldo”; si sente molto quanto conti il denaro, e la percezione che non sei niente se non hai soldi. Lo racconta molto bene Virzì ne “Il capitale Umano”. Credo che sia la derivazione di una lunghissima sofferenza legata al clima dei paesi nordici.

'Beep'' Antonello MurgiaIl “Beep” è un po' come il destino... che bussa alla porta (come nella Quinda di Beethoven)?
È una sorta di indicazione, uno spiraglio, una piccola crepa in questa diga che ci contiene: il mondo monetario. Io mi commuovo sempre, ogni volta che sento delle storie umane che vanno al di là della mentalità della compravendita. Ci sono spunti interessanti di riflessione sul senso del  possesso – per esempio, in “Avere o essere?” Erich Fromm mette a nudo la retorica della coppia: il potere di chi può permettersi di possedere le cose, e quindi le persone, per mostrarle agli altri. Oggi assistiamo alla mercificazione di tutto; sembra che tutto o quasi possa essere messo in vendita e acquistato, che il valore si misuri in base a un prezzo, e sono solo i soldi che ci permettono di ottenere quello di cui abbiamo bisogno. Io – come cittadino e come artista - mi rifiuto di accettarlo: questo  sistema non è corretto non è giusto, e soprattutto non è umano. E “Beep” racconta il mio punto di vista.

Una “fuga” dalle regole del consumismo?
Molti potrebbero considerare folle la scelta della cassiera di alzarsi e andare, iniziare a viaggiare per il mondo. Io no. Se tu accetti una condizione, stai affermando nei confronti dell'universo e della vita stessa che ti va bene così; altrimenti stai lanciando un segnale. Spesso non ci ricordiamo che vorremmo una vita diversa, e solo mettersi in cammino in questa prospettiva per me significa vivere.

Solitudine e alienazione contemporanea... e la vita si riassume in un codice a barre...
Io sono convinto che dietro a tutto ciò che scorre e appare semplice, si nasconda l'impegno a la fatica: la semplicità è un punto d'arrivo;  infatti prima del film c'è stato un un lunghissimo lavoro di ricerca e documentazione sulla nascita del codice a barre (l'unione tra il linguaggio morse allungato e la lettura del cinema che è digitale: le colonne sonore delle pellicole sono lette a distanza... )
Il lavoro di montaggio della Quinta Sinfonia è frutto di tagli fatti con sapienza e pazienza infinita: il cinema è artigianato per tutti, anche per quelli che girano a Hollywood; il successo può dipendere anche da aggiustamenti di destino, da come ti vanno le cose, ma l'arte non accade mai per caso.

'Beep'' Antonello MurgiaLei si definisce musicista/ regista: che rapporto c'è fra le due arti?
Secondo me tutti i registi comunicano con mondi altri, perché comunicano l'invisibile: il cinema, pur basandosi sulle immagini, mostra la verità invisibile agli occhi. E tutto è musica nell'arte: la musica è il principio di tutto (non sono io a dirlo, ma grandi maestri e insigni filosofi).
Quanto a me, ci son due cose che amo molto fare... e mi riescono bene (credo) per grazia ricevuta. la musica e la direzione degli attori, quando sono disposti a fare il mio gioco e non si limitano a riproporre i loro clichées. Il talento è un dono che devi restituire al mondo
Voglio lavorare con persone disposte ad accogliere l'invito “venite a giocare con me”; un esempio felice è stato proprio “Beep”, con questi attori, eccellenti professionisti, che hanno accettato di lavorare con me non per denaro ma grazie a una fiducia che mi sono conquistato con le mie sole forze: una restituzione di amore e di stima artistica, un'esortazione ad andare avanti.

Registi si diventa?
Dirigere gli attori è una disciplina che bisogna affrontare con umiltà; con il Teatro dallarmadio  ho approfondito teoria e pratica della recitazione dal punto di vista registico, e per tre anni all'Accademia ho continuato a studiare recitazione e da casting director. La ricerca dell'inquadratura migliore, il puro virtuosismo delle immagini non bastano: il ruolo degli attori resta fondamentale.
(E' difficile parlare di sé senza risultare autoreferenziali, però posso dire umilmente che sono un regista, è stato il mio sogno da quando ero bambino: un essere che vive la sua vita per trovare il modo il di riscrivere la realtà e di trasformarla; quindi sono musicista / regista...  e  attore, per una scelta precisa, quella di sperimentare su me stesso per poter entrare in empatia nella regia...)

Com'è nata la passione per la decima musa?
L'amore per il cinema è nato spontaneamente. Mi sento molto vicino ai versi di una poesia di E. A. Poe che si intitola “Alone”. Tutto ciò che ho imparato me lo sono conquistato con le mie sole forze. La scuola per me è stata la spinta per una disobbedienza continua e fervida; avevo sempre fretta di tornare a casa per ascoltare musica classica, continuare le mie composizioni, scrivere...il mio cammino è singolare quanto le mie impronte digitali... Il cinema l'ho scoperto con Fellini e grazie ad amicizie fortunate (che sono migliori di qualsiasi corso): all'età di diciott'anni scoprivo i capolavori di Carl Theodor Dreyer e il cinema di Orson Welles. (Questi amici magici sono Diego Milia e Francesco Piras, direttore della fotografia)

Maestri e modelli nella decima musa?
Nella mia vita – e all'Accademia – ho avuto dei bravi maestri, mi sento fortunato: veri professionisti, severi e inflessibili, ma disponibili e generosi nel condividere il loro sapere.
Il cinema è stato una scoperta meravigliosa, che ha rivoluzionato il nostro modo di guardare, perfino di pensare: nell'arco di poco più di un secolo, i grandi registi hanno inventato e declinato un linguaggio, creato un immenso patrimonio. Tra i “miei” film, citerei senz'altro “Aurora” di Murnau, un capolavoro assoluto: è un film muto, non c'è il sonoro (a parte le musiche create da Hugo Riesenfeld) ma c'è la musica delle immagini; come senti parlare Giovanna D'Arco nel bel film di Dreyer.

Da autore e regista, qual è il cinema che vorrebbe fare?
Un cinema che racconti storie umane, dove l'effetto speciale sia il disvelamento di tutte le dinamiche invisibili che ci fanno vibrare in questa rischiosa e incomprensibile condizione... Ci sono film che guardo come si osservano le cime delle montagne: “La strada” di Fellini, “A single man” di Thom Ford, “Chi ha paura di Virginia Woolf” di Mike Nichols, “Il pranzo di Babette” di Gabriel Axel, “Le onde del destino” di Lars Von Trier, “Aurora” di Friedrich Wilhelm Murnau e tanti altri...

Nel film la protagonista s'imbatte in una creatura misteriosa, che l'auterà a vincere il suo “fatal flaw”... quel è stato per lei l'incontro fatale?
L'incontro più importante della mia vita, dal punto di vista sia umano che professionale è stato quello con Fabio Marceddu. Lui è uno degli attori più accreditati e bravi che conosca. E' stato fondamentale anche per la realizzazione di “Beep” e per la mia carriera. In certi lavori, come “Bestie Feroci”, sempiterna opera del Teatro dallarmadio, siamo le due facce della stessa medaglia, lo stesso cuore, la stessa carne.

Cosa rappresenta per lei la decima musa?
Il cinema è  un sogno di eternità: è veramente l'antidoto che rende sopportabile la vita...

19 novembre 2014