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“Io sono i miei film”. Ricordo di Francesco Rosi

Il cinema, l’impegno civile e la passione di un grande maestro di vita. di Alessandro Macis

Francesco RosiSiamo rimasti a guardare il telefono per tre interminabili mattine, prima di deciderci a sollevare la cornetta e digitare il numero di casa di Francesco Rosi. Per paura di disturbare, di violare l’intimità di questo grande vecchio del cinema italiano. Quattro lunghi squilli, poi la voce del maestro che risponde.

Un po’ di emozione e un balbettio iniziale. Gli spieghiamo che le nostre associazioni L’Alambicco e La macchina cinema vorrebbero organizzare a Cagliari una retrospettiva, un convegno di studi sul suo cinema e consegnargli un premio alla carriera. «Mi sto muovendo poco in questo periodo. Ho un ginocchio che mi sta dando qualche problema», ci dice. Ma è possibilista: chiede in quale data abbiamo intenzione di organizzare convegno e rassegna. Gli diciamo che vorremmo iniziare le proiezioni a partire dalla prima settimana del novembre 2009 e programmare il convegno per metà dicembre. Ci lasciamo col proposito di risentirci al più presto per definire le giornate in cui sarà presente a Cagliari per incontrare il pubblico. Le successive telefonate hanno un esito incerto. Rosi è indeciso e ci lascia in un limbo, tra speranza e delusione. Poi, decisivo, l’intervento del regista Roberto Andò che lo convince a fare rotta verso Cagliari. Finalmente possiamo dare forma all’evento, fissare le date.

Francesco Rosi a Cagliari Rosi arriva a Cagliari in una soleggiata mattina di dicembre, un po’ claudicante ma con un bel sorriso che gli incornicia il volto. E’ accompagnato da suo fratello Massimo, uno dei più importanti architetti napoletani, autore tra l’altro della scenografia di Le mani sulla città, e dal regista Roberto Andò, cui lo lega una profonda amicizia. Ci troviamo di fronte uno dei più importanti registi italiani, che ha scritto per immagini pagine importanti sulla storia e la società italiana. Film come Salvatore Giuliano, Il caso Mattei, Uomini contro e il già citato Le mani sulla città rimangono scolpiti, indelebilmente, nella storia del cinema mondiale. E’ emozionante stringergli la mano e dirgli “Benvenuto a Cagliari”. Ha la curiosità di un bambino. Vuole sapere di cosa ci occupiamo, se la retrospettiva è seguita, se vengono molti giovani. Seduto al tavolo di un ristorante, socchiude gli occhi e ascolta, attento, le nostre riflessioni, le nostre domande talvolta oziose. Risponde con pazienza ripercorrendo le tappe della sua lunga ricerca artistica ed umana. E mentre parla della società italiana e delle vicende storiche che hanno attraversato il nostro Paese, ci inteneriamo, guardando le rughe che gli solcano il viso, le mani che gesticolano per sottolineare un passaggio della sua narrazione.

Francesco Rosi a Cagliari “Io sono i miei film”, ripete in diversi passaggi. La stessa frase che poi ritroviamo nel documentario che Roberto Andò gli ha dedicato, Il cineasta e il labirinto, proiettato durante il convegno. Convegno cui abbiamo dato un titolo che riassume l’essenza dell’arte del grande cineasta: “La passione civile nel cinema di Francesco Rosi”. Nella sala gremita del cinema Odissea, Francesco Rosi ha seguito con attenzione gli interventi dei relatori, poi si è concesso alle domande dei giornalisti e del pubblico. Abbiamo ancora impressa nella mente la “passione civile” con cui ha risposto alla curiosità dei presenti. Sollecitato dalle riflessioni di un giornalista è ritornato indietro nel tempo, ai giorni della lavorazione di Uomini contro, ricordando come la Grande Guerra aveva una contrapposizione di classe.

Emilio Lussu«C’erano i soldati che erano tutti contadini; c’erano gli ufficiali superiori che erano dei generali, colonnelli e quindi borghesi; e c’erano poi gli ufficiali più giovani, tenenti e sottotenenti che stavano anche loro nelle trincee. Però, quello che viene fuori in maniera inequivocabile dal diario di Lussu è proprio questa incapacità della classe borghese di capire che quei contadini non sapevano neanche per quale motivo dovessero rischiare la vita in quella maniera. E dico in quella maniera perché il rischio della vita era continuo, non era solamente affidato alla pallottola che poteva arrivare dall’austriaco, ma era affidato anche ai proiettili che arrivavano dalle linee italiane. Se il soldato cercava di scappare, c’era il plotone di esecuzione dei Carabinieri che lo faceva fuori. Ora questo massacro, perché di massacro si tratta, è stato ignorato dai libri di testo scolastici».

Giuliano SalvatoreE inevitabilmente, sul filo della memoria, è riemerso il suo incontro con Emilio Lussu. «Lussu prima mi negò i diritti per il libro, poi fu contento di darmeli. Li aveva negati a molti registi.» Si è infervorato raccontando il suo Salvatore Giuliano, film che ha determinato «…uno strappo epistemologico, un momento in cui qualcosa cambia nel cinema italiano: cambia qualcosa proprio nel modo di ragionare cinematograficamente», ha ricordato il professore Anton Giulio Mancino. Rosi ha evidenziato come le vicende siciliane siano riconducibili a quelle italiane, attraverso un’analisi che ha presente la sostanza della storia e il linguaggio del buon giornalismo. Offrendo chiavi di lettura esplicite, ma non fornendo risposte e limitandosi a porre degli interrogativi.

Francesco Rosi - ''Le mani sulla citta' ''Abbiamo ancora davanti agli occhi il fine serata, che è culminato con la consegna del premio alla carriera. Una scultura in trachite realizzata da un artista villacidrese che è il simbolo di un altro grande film di Francesco Rosi: Le mani sulla città. Vi sono rappresentati un palazzo e una grande mano che l’avvolge. A simboleggiare il sacco edilizio di Napoli, città dove il regista è nato, ad opera di politici e imprenditori senza scrupoli. Abbiamo poi incontrato Rosi nella sua casa romana in diverse occasioni: la prima accompagnati dalla scultura che a causa del peso e dell’ingombro non era potuta partire con lui. Scultura che abbiamo adagiato sull’ampia terrazza panoramica da dove si può abbracciare con lo sguardo un’ampia porzione della Roma storica.

L’ultimo incontro, in una libreria romana di Trastevere, in occasione della presentazione del libro di Marco Olivieri, La memoria degli altri, sul cinema di Roberto Andò. Siamo rimasti a chiacchierare nella tiepida notte romana e gli abbiamo strappato una promessa, complici Roberto Andò e Marco Tullio Giordana: che sarebbe tornato a Cagliari per una serie di incontri con gli studenti. Ma è volato via e ora aleggia in pace tra le nuvole.

21 dicembre 2015