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L'intervista. Leo Gullotta, tra arte e vita

Incontro con l'attore catanese, i ricordi di una lunga e intensa carriera iniziata per caso. di Anna Brotzu 

Leo GullottaLeo Gullotta si racconta per Cinemecum. A tu per tu con il raffinato ed eclettico interprete, re e regina (famosissime le sue parodie e i ruoli en travesti) del palcoscenico, a suo agio sul palcoscenico come davanti alla macchina da presa, sulla ribalta del varietà televisivo (da “Black Out” alla Compagnia del Bagaglino, tra “Biberon”, “Crème Caramel” e “Bucce di banana”... e altri).

E ancora, nel cinema d'autore, tra i film di Nanni Loy e quelli di Giuseppe Tornatore, e poi le collaborazioni con Maurizio Nichetti, Sergio Martino, Christian De Sica e Ricky Tognazzi, e Marco Martinelli in “Vajont - La diga del disonore”, oltre alle innumerevoli fiction e i film tv.

Leo Gullotta, ''Prima del silenzio''Nel foyer del Teatro Massimo di Cagliari – dove ha interpretato il ruolo del poeta nel dissacrante “Prima del Silenzio” di Giuseppe Patroni Griffi, feroce satira della società e dei paradigmi della borghesia e dell'élite “colta” del Belpaese a metà del Novecento, nella mise en scène multimediale diretta da Fabio Grossi per la stagione de “La Grande Prosa al Teatro Massimo” firmata CeDAC - l'artista catanese si rivela un signore affabile e gentile, dalla vena sottilmente ironica, pienamente consapevole del ruolo culturale – e politico – di chi si trova a raccontar storie per mestiere, incarnando di volta in volta i piccoli e grandi “eroi” del quotidiano, gli uomini al servizio della legge e l'infido “corvo” nel palazzo di giustizia. Sempre con assoluta professionalità e rigore, ma anche con il piacere di confrontarsi con i maestri - del teatro e del cinema – e con intatta una preziosa e giovanil curiosità. La conversazione piacevolissima si trasforma in un oceano di ricordi, tra mille incontri e esperienze importanti, sul lato artistico – che tiene a distinguere nettamente dalla vita privata - dall'adolescenza a Catania fino a oggi, anzi domani: tornerà prossimamente sul piccolo schermo con una nuova miniserie, intitolata “La catturandi”.

Leo Gullotta, ''Prima del silenzio''Leo Gullotta e il cinema: una storia che inizia da lontano. Sorride, sornione: «Ne ho fatti ottantacinque, quindi scelga lei dove vuole andare cinematograficamente, poi anche teatralmente e televisivamente. E comunque mi trova a 69 anni di età e 55 di professione – ho iniziato ragazzino quindi ho avuto la grande fortuna di incontrare in quegli anni Settanta – parte degli anni Ottanta delle persone veramente “grandi”, che hanno influito sulla mia crescita artistica e professionale: in quei primi dieci, vent'anni e anche dopo ho avuto modo di osservare, di attingere, di succhiare.
Non ho mai pensato all'apparire: apparire è un po' morire.»

Partirei dagli inizi.
Trasferiamoci allora in quegli anni - la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta. Io ero ragazzino di 13, 14 anni e allora non c'era l'avvento tecnologico di cui oggi i giovani per fortuna dispongono: l'informazione su internet, biblioteche e mediateche e quant'altro. Sono nato a Catania in un quartiere popolare, ultimo di sei figli, con padre operaio, pasticcere, che però ci ha mandato a scuola con grande dignità. Non c'era niente, però, a Catania: ero un ragazzino molto curioso, per mia fortuna, e questa curiosità mi è rimasta, meno male, perché è vita la curiosità (è crescere, è osservare, è attingere, è conservare). E con questa curiosità per una serie di cose che io non sapevo... non sapevo cosa fosse lo spettacolo, il teatro, ripeto, in quegli anni... mi sono ritrovato nei corridoi della scuola: c'era un manifestino del Cut (Centro Universitario Teatrale, non so ancora se c'è ancora nelle università) con ammissione a 12 posti, si otteneva un corso di due mesi sul teatro. Non sapevo cosa fosse, ho visto questa fila di universitari tutti molto più grandi di me, mi sono infilato anch'io, sono entrato in questa stanza mi hanno domandato: «Lei cosa ha preparato?» - Niente, perché non sapevo niente. Mi hanno messo sotto gli occhi uno stralcio di pagine dell'Aldelchi del Manzoni. E basta, per me la curiosità era finita.

Leo GullottaDopo una settimana ricevo una lettera; e questa lettera mi fa entrare in questo percorso, quindi comincio a capire una serie di cose, a scoprire una serie di cose per me lontanissime. Preparavano il saggio finale: ero troppo ragazzino rispetto agli altri per cui hanno dovuto scegliere un passo, uno stralcio da “Morti senza tomba” di Jean-Paul Sartre, che racconta la storia di alcuni partigiani arrestati dai nazisti, e uno di questi partigiani ha un fratellino: io ero quello. E per me la cosa era chiusa. Invece caso ha voluto - la vita come ti fa trovare dei percorsi - che quella sera in sala ci fosse il futuro direttore del teatro stabile di Catania al suo primo anno di vita, Mario Giusti, che mi telefonò da lì a qualche settimana, e mi disse: «Guardi, c'è la cerimonia d'inaugurazione del primo anno del Teatro Stabile di Catania. Il lavoro d'apertura è un Pirandello, “Questa sera si recita a soggetto”, e mi piacerebbe che lei potesse prendervi parte, facendo uno dei tenentini». Così è stato, sempre per quella famosa curiosità: non sapevo che cosa fosse, cosa volesse dire Teatro Stabile o quant'altro. E mi sono ritrovato e poi ci sono rimasto per ben dieci anni – fino a diventare, negli ultimi tre anni, attor giovane della compagnia – con dei “monumenti” del teatro soprattutto in quella prima fase, in quel primo impatto. Non sapevo cosa fosse leggere a tavolino con il regista i primi giorni di prova di un lavoro, “metterlo in piedi”, insomma, tutta una serie di cose che appartengono a questa professione e che man mano scoprivo; intanto copiavo gli altri, se giravano la pagina, la giravo anch'io... e così via. Son rimasto all'interno dieci anni – ho incontrato Salvo Sandone, Turi Ferro, Ave Ninchi, Luigi Pavese, Gianni Bonagura, e registi come Franco Enriquez; lì ho conosciuto Camilleri e il suo lavoro – ero un ragazzino; e Sciascia... Insomma, un ragazzino che è cresciuto con dei grandi, quindi con delle belle lezioni – prima di vita, e poi di professione. Quindi un impatto molto forte di crescita.

Leo Gullotta, Nino ManfrediQuando ha deciso che quel mondo – così interessante e ricco di stimoli – sarebbe stato il suo?
Io studiavo per essere – come sono stato poi – un insegnante di disegno e storia dell'arte: non ho mai professato, perché da ragazzino dissi a mio padre «che cosa devo fare?», perché non capivo bene. E lui mi ha detto, mi ha dato - naturalmente l'ho capito in seguito - una grande lezione di responsabilizzazione: mi ha detto: «guarda, mi dispiacerebbe moltissimo che magari a cinquant'anni d'età ti fossi pentito di avere ascoltato papà. Fai quello che tu pensi». Scelsi il teatro. Da allora sono passati parecchi anni - e lentamente, un po' per curiosità, un po' per i vari casi tutti i settori e tutti i linguaggi dello spettacolo mi hanno sempre stuzzicato e interessato, li ho frequentati per mia piacevolezza, fortuna, professione. Quindi dalla televisione al varietà, alla fiction, al film commerciale: era il periodo delle “dottoresse alle visite militari”, quelle cose lì; ed era il periodo del boom cabarettistico, che non era quello di oggi – infatti eravamo tutto un gruppo di giovani attori, nel senso che venivano da strutture, e da una preparazione teatrale: Maurizio Micheli, il buon Daniele Formica, lo stesso Abatantuono.

Leo Gullotta, Il BagaglinoInfatti oggi – anno 2015 – ciò che nella visione sarcastica, ironica, satirica funziona di più, sono gli attori che vengono dal teatro: l'eccellentissimo Crozza è un attore teatrale, viene dallo Stabile di Genova. Stesso dicasi di Solenghi, stesso dicasi di Albanese: ha un altro tipo di preparazione, non è soltanto un “piacevole raccontatore di barzellettine”. Poi è arrivata la televisione – la grande televisione mi ha fatto entrare nelle case degli italiani per ben 22 anni, con un famoso varietà: ero in ditta con dei grandissimi professionisti, impegnato in un lavoro che ha entusiasmato, e conquistato il pubblico: abbiamo raccontato gli anni Ottanta, abbiamo raccontato quella televisione che poi diventerà quella di oggi, quella politica che poi diventerà quella di oggi. Son stato una persona fortunata, nella mia vita. Sto con i piedi per terra; mi hanno insegnato, a cominciare da mio padre, a stare con i piedi per terra, a dividere il lavoro dalla vita privata, due mondi completamente diversi, con il piacere di regalare sempre un sorriso al prossimo anche se non lo conosco.

Leo Gullotta, Il BagaglinoVoltando pagina, parliamo di cinema: quando è stato il suo debutto?
La mia prima volta sul set: parliamo della fine quasi degli anni Cinquanta, ero un ragazzino e preparavamo un film che si chiamava “Lo voglio maschio”, il regista-documentarista era Ugo Saitta, siciliano, ma veniva dal Centro Sperimentale di Cinematografia con un'esperienza accanto ai grandi, come Blasetti. Quella fu la mia prima. Poi ci fu appunto il teatro e una volta trasferito a Roma, dopo i famosi dieci anni allo Stabile, è arrivata subito la radio, e il varietà con Delia Scala, e poi subito è arrivata la televisione e poi le fiction e poi i ventidue anni, le ventidue edizioni con un pubblico che oggi proprio neppure ci provano, non c'è confronto, parliamo di 14-13-12 milioni di ascolti; insomma un lavoro che mi ha fatto entrare nelle case degli italiani. Eravamo delle vignette che ripetevamo non imitando: i compagni erano il grande Oreste Lionello, che non c'è più, Pippo Franco, due autori che sapevano scrivere – infatti era un programma tutto quanto scritto. Poteva piacere, poteva non piacere, ma avevamo quei 12, 13, 14 milioni di spettatori a puntata, la televisione mi ha dato questa possibilità, di esser conosciuto dal pubblico.

Leo Gullotta, Nino Manfredi, ''Cafè express''L'esordio al cinema è stato nella commedia - “Lo voglio maschio”, appunto – cui son seguiti vari film di quel filone malizioso e leggero: però a un certo c'è stato l'incontro con registi come Nanni Loy.
E il cinema d'autore. Lo iniziai appunto con “Café Express” di Nanni Loy, scelto proprio da Nanni, assieme a Nino Manfredi, con il quale ho poi fatto tanti altri film. Persone fantastiche – persone come Nanni, ad esempio, mi mancano molto, oggi, in questa voglia di volgarità assoluta intorno a noi: era una persona elegante mentalmente, un grande professionista, un uomo che si batteva e si è sempre battuto politicamente per la civiltà e il rispetto degli altri. Nino... che cosa si vuol dire di Nino Manfredi, se non il ricordo di un attore come lui, assieme a Tognazzi, Gassman, Sordi. Non ci sono più... ma non ci sono più nemmeno oggi quei grandi sceneggiatori che scrivevano e amavano il cinema. Lo stesso Scola, il grande Scola; ultimamente abbiamo perso l'infinitamente straordinario Rosi; ma tanti altri: Pietrangeli, Petri. Era un altro modo di lavorare.

Leo Gullotta, Ben Gazzarra, ''Il camorrista''Un altro mondo... un'altra idea di cinema.
Perfino i produttori erano un mondo a parte: Cristaldi, Lombardo, per il quale ho avuto il piacere di lavorare, ho fatto il primo film girato da Giuseppe Tornatore, che stupì tantissimo, sembrava un film girato da Scorsese, ed era “Il camorrista” - un film importante perché raccontava la storia della criminalità organizzata, in questo caso la camorra di Cutolo, questo personaggio della nuova camorra organizzata che in quegli anni, attraverso un libro che si chiama appunto “Il camorrista”, che raccoglieva le interviste di un grande giornalista che lavorava per il Tg2, Marrazzo, padre del Marrazzo figlio, politico ma anche giornalista, con interviste straordinarie. Quel film raccontava l'Italia, dove politica e criminalità organizzata camminavano insieme; il confronto immediato è con un film come “Gomorra”, oggi, che racconta un'altra unione, è un altro percorso per far conoscere meglio la criminalità organizzata di oggi; e così era quel film.

Leo Gullotta, ''Nuovo cinema paradiso''Ero un co-protagonista assieme a Ben Gazzara, che faceva appunto Cutolo; io facevo il rappresentante dello Stato, ero un commissario, diciamo, “sano”, al servizio dello Stato. Un film importante: lì ebbi il mio primo premio, importantissimo, che era il David di Donatello. Da quel punto l'amicizia con Tornatore, e quindi l'arrivo di “Nuovo Cinema Paradiso”, un'esperienza straordinaria di lavoro, on un cast che oggi è inimmaginabile - da Philippe Noiret a Enzo Cannavale, da Leopoldo Trieste a Isa Danieli - una marea davvero di interpreti. A parte la bravura di Tornatore, personalmente dico che è un poeta della macchina da presa, per il modo come racconta, il suo modo di lavorare, e il bisogno di farlo. A parte il fatto che è uno che conosce tutto, del cinema.

Leo Gullotta, ''Scugnizzi''La stagione del cinema “impegnato” continua... dopo il viaggio nella “fabbrica dei sogni”.
Poi sono arrivati Ricky Tognazzi, e film come “La scorta”, che raccontava un momento molto importante, e la realtà sulla scorta, che si conosceva poco, e sul lavoro di queste persone che lavorano anche loro per lo stato: un mondo. Era il periodo che a Palermo c'era il fenomeno del Corvo nei palazzi di giustizia: interpretai questo viscido personaggio che era il corvo della situazione. E poi – che le posso dire? “Spaghetti House”, un film che raccontava per la prima volta l'impatto di quattro camerieri a Londra che per una serie di situazioni si ritrovano con degli emigranti, che vengono scambiati per terroristi: quindi un fenomeno che apriva la strada al racconto che oggi abbiamo attorno a noi. E poi “Scugnizzi”, ancora con Nanni (Loy), un film importantissimo: Venezia – parlava per la prima volta del carcere minorile, della droga, dei ragazzi che escono dal carcere minorile, cosa fanno, cosa fa lo Stato.

Leo Gullotta, ''Vajont''E poi è arrivato “Vajont”, quindi la tragedia storica di Longarone, insieme a Daniel Auteuil e Michel Serrault, per la regia di Martinelli; e poi il film di Zaccaro sul processo Tortora, “Un uomo perbene”, un film importante, proprio era inquadrato solo nel processo di Tortora, raccontava la follia in cui quest'uomo perbene – che ho avuto il piacere di conoscere – si è trovato e in cui ha speso la propria vita, e ha lasciato un segno tragico. E tanti altri.

Non solo cinema: tra fiction e film tv il suo lavoro l'ha portata spesso a casa degli italiani.
Tra i successi televisivi, ricorderei “Il cuore nel pozzo” che raccontava la tragedia delle foibe per la prima volta agli italiani – e ha avuto un successo straordinario, perché di questa tragedia nei libri di storia non c'è segnale alcuno. La televisione in questo caso ha assolto il suo ruolo educativo, diffondendo la conoscenza di una vicenda dimenticata presso questo popolo enorme degli spettatori.

Leo Gullotta, ''Il cuore nel pozzo''La rivedremo presto – al cinema o in tv?
Le repliche di “Prima del Silenzio”, per il secondo anno consecutivo, andranno avanti fino ai primi di aprile – nel frattempo; alla fine di marzo, lunedì 30, metteranno in onda un lavoro particolarissimo, una fiction in sei puntate, che si chiama “La catturandi”, e riguarda l'unica squadra italiana di questo tipo, e con questo nome, che agisce a Palermo e va a catturare i mafiosi, gente del livello di Riina e Provenzano. Una squadra particolare, che svolge un compito speciale: uno di loro ha scritto un libro, in cui descrive la realtà di queste persone che spendono la propria vita per una causa così particolare e tragica, per il nostro paese. Ed è una storia anomala, che a differenza di quanto è stato fatto in altre fiction dove c'è l'esaltazione del male, oppure una sorta di “viva viva Totò Riina”, affronta il tema senza facili semplificazioni: è un percorso diversificato, in cui si intrecciano tre storie contemporaneamente. Penso possa essere una visione interessante e valida – anche per gli interpreti, tutti serissimi e bravi attori – io, Alessio Boni, Massimo Ghini, Anita Caprioli, per la regia di Fabrizio Costa: abbiamo girato quest'estate in Sicilia, ed è stata anche questa una bella esperienza umana, con i colleghi, oltre alle note di lavoro.

Leo GullottaIl suo personaggio – se si può anticipare – chi è?
Tutti non sono ciò che appaiono, in questo racconto lunghissimo e a incastri: il mio è l'unico personaggio di cui non si sa e non si saprà nulla; faccio un avvocato che non lavora soltanto in Sicilia ma che gira per il mondo – e conosce la storia personale di uno dei quattro protagonisti, e sa come farlo muovere.

Altri progetti?
Per il futuro – con la prossima stagione teatrale c'è in preparazione un nuovo lavoro: una commedia di Neil Coward, per la traduzione di Masolino D'Amico: “Spirito allegro”, con una messa in scena tutta particolare, con particolari effetti all'interno di questa commedia, conosciutissima, e di grande leggerezza... un testo in cui si sorride. Ci sono io con altri sei bravissimi attori, per la regia dello stesso regista di “Prima del Silenzio”, Fabio Grossi, e anche con quest'opera girerò per due anni, spero anche a Cagliari e in Sardegna.

Il lavoro dell'attore: come affronta i suoi personaggi?
Io sono un interprete: l'attore “deve” essere un interprete, fornire personaggi lontani da sé. Ho fatto moltissimi personaggi di confine, ho fatto personaggi sgradevoli, mi piace attraversare l'umano Altro umano da me, ovviamente, ma il lavoro mio, il lavoro dell'attore non è soltanto un fatto di memoria; io cerco sempre in ciò che faccio, personaggi piccoli o grandi non ha importanza, non sono quello che... mi piace trovarmi sempre in progetti “stuzzicosi”, cerco di trovare nella preparazione quell'anima che non è scritta in nessun copione e che la devi avere dentro, devi saperla dare, comunicare al pubblico, o averla addirittura negli occhi.

Nanni LoyTra i registi che hanno messo in luce il suo talento, e la sua versatilità d'interprete, impossibile non citare un sardo – un cagliaritano: Nanni Loy.
Nanni ha sempre fatto storie molto importanti – un esempio emblematico, uno per tutti, è “Café Express”, in cui ha raccontato l'Italia su un treno: il film è la rappresentazione di questa Italia, dove tutti i personaggi, diversi tra loro, erano le componenti di un'unica narrazione sul Belpaese. Io per esempio facevo questo carabinierino che voleva fare i concorsi per essere un carabiniere a tutti gli effetti, ma aveva un difetto, aveva l'occhio storto e quindi puntualmente non poteva partecipare: è l'unico personaggio poetico di tutto il film e sono molto contento di averlo fatto. Negli altri suoi film – per esempio, il protagonista di “Scugnizzi” è un personaggio da commedia ma anche tragico; e questo mettere insieme, come nelle grandi commedie italiane, il sorriso e la tragedia, partire dalla leggerezza per poi esplodere nella drammaticità, fa sì che tu racconti una realtà di fatto che si imprime nello spettatore, in modo molto più forte che non magari nel dramma. Noi abbiamo una storia precisa della cosiddetta “commedia all'italiana”: voglio ricordare il grande Germi, che ha raccontato un'Italia in film come “Signore e Signori”, Divorzio all'italiana”, “Sedotta e abbandonata”, o “Il ferroviere”; film che ti imponevano una riflessione sulla società attraverso l'ironia, un'ironia a volte graffiante, ma sempre con eleganza.

Leo GullottaLeo Gullotta – spettatore: le capita – trova il tempo - di andare al cinema?
Io, ripeto, divido il lavoro dalla vita: la vita la vivo cammino, passeggio, parlo tranquillamente con tutti, mi sembra la cosa più normale di questo mondo. Quando lavoro, lavoro; sono molto tedesco, io sul lavoro; mi piace la preparazione, come giustamente deve essere. Vado al cinema: mi piace, il cinema, come mi piace leggere, e mi piace la musica: amo i grandi interpreti, da Sinatra a Mina, Fiorella Mannoia, Francesco De Gregori, ma amo anche la Fitzgerald, le grandi orchestre del Quaranta, per esempio, da Count Basie allo stesso Glenn Miller. Mi piace l'arte nelle sue varie forme, ed è esattamente quella curiosità degli inizi, che mi spinge a cercare, quella che ogni volta ritrovo; e ritrovo un momento, una passione anche della mia vita, e apprezzo la grande qualità professionale, la voce, la capacità, e il piacere della conoscenza. Amo le grandi musiche, le grandi orchestre, e i sogni che queste diverse forme della musica hanno fatto fare allo spettatore, e a me in particolare.

Leo GullottaE allora, passioni e consigli cinematografici?
Cominciamo dai libri: io posso consigliare sicuramente molti sapranno di questo libro di quest'autore, che io personalmente giudico più forte, più avanzato e più moderno de “Il gattopardo”, ed è “I viceré” di Federico De Roberto – dove è esattamente l'oggi: un altro autore che ha saputo vedere, leggere; e consiglio di leggerlo non solo per la scrittura, e la capacità. Narrativa, ma perché è un respiro straordinario di un'Italia, di una famiglia siciliana. Quindi, compratelo: poi oggi ci sono, per poche lire si possono trovare... non dovete avere paura delle pagine scritte. Questo è il nostro paese, che purtroppo, è noto che il 67% se non il 70% non legge; il 12% compra un libro l'anno; il resto sono lettori. Questo è molto triste, in questo Paese: si vede che qualche cosa è mancata, scolasticamente, come taglio di vita di ognuno. Invece leggere significa conoscere, rapportarsi ad altre vite, ad altre esperienze, ad altri mondi; si pensa, si guarda la buona scrittura. Comunque io vi do questo consiglio; naturalmente non posso fare l'elenco in questo caso, ma uno sì. Ma comprate ciò che vi stuzzica in libreria, camminate, scegliete. Musicalmente – a parte le cose che ho detto, suggerirei Francesco Guccini, sicuramente: sono storie musicali, visive, che ha dato e continua a dare questo straordinario cantautore; ma ovviamente c'è anche Fabrizio De André... non voglio porre limiti, al contrario, dare un segno, stimolare la curiosità. Il cinema: son andato a vedere uno di quei “luna park” - come li chiamo io – americani, che è “Exodus” e mi ha fatto molto piacere non ritrovare la “biblicità”, anche se c'è una chiara ispirazione ai testi sacri; ma è stato tutto ridotto a nota umana, il racconto dell'uomo, dell'individuo di quella società – del politico anche di quella società. Non mi è affatto dispiaciuto – l'ho goduto, ovviamente, in 3D perché poi da ragazzino – voglio sempre conservare il ragazzino che c'è in me – mettere gli occhialetti ed entrare diventa divertente, questo per una serata diversa. Suggerisco anche “Il nome del figlio” che è un film italiano, intanto, ben scritto, anche se si rifà nel senso d'ispirazione a una commedia francese che è “Cena con gli amici”: andatelo a vedere, è molto, molto piacevole, recitato benissimo da colleghi bravissimi, da Alessandro Gassman, a Papaleo, alla Golino: eccellentissimi interpreti.

Leo GullottaUn suo consiglio per quei giovani che volessero dedicarsi alla recitazione, al cinema e al teatro?
Studiare. Ma io indico lo studio anche per altre scelte, perché lo studio, la preparazione, il sapere, l'incameramento, rende forti per tutte - fra le altre cose, a parte le gioie - le avversità della vita. Più siete pronti con dei pensieri brillanti, visivi, pronti ad acchiappare, discutere, approfondire, più saprete cogliere le occasioni – perché senza nulla non si va da nessun altra parte. Vengo spesso invitato nelle università, ad incontrare gli studenti, e nei licei: dico sempre «studiate... non dovete pensare ciò che negli ultimi venti, venticinque anni vi hanno fornito, vi hanno comunicato, fintamente: che lo studio non conta nulla, che è meglio badare a cose molto più blande, più superficiali. Ma credetemi: c'è questa corsa ad apparire. Lo ripeto: apparire è un po morire. Non avete nulla nelle mani, se vi fermate all'apparenza e basta: cercate di andare oltre, cercate di essere voi, vivi; cercate di essere più ricchi nella testa e nell'anima. Sarete ricchi nel percorso della vita. Ovviamente auguro a tutti le cose più belle che potete trovare, desiderate dal vostro cuore.

Leo GullottaPerò a volte ci sono degli scalini duri da superare. E la parola, il sapere, il confrontarsi: oggi poi la cosa più importante sono i concetti di diversità. Le diversità non devono far paura, sotto tutti gli aspetti, e sotto qualsiasi tema: è ricchezza, la diversità. Voglio dire, la Sardegna, la Sicilia: terre antichissime; da noi – dico da noi essendo catanese - nei secoli son passate dominazioni di qualsiasi nota, nel sangue le abbiamo, queste dominazioni: fenici, romani, greci, angioini, normanni, turchi. Il sangue nostro è fatto di tutte queste cose, al di là di parole che hanno lasciato il segno di tutte queste dominazioni. Quindi andate oltre, non fermatevi soltanto a delle frasi spicce, a volte anche sciocche. Cercate di capirvi e di capire, non dovete avere paure... E ripeto, lo studio vi renderà anche da questo punto di vista. La curiosità è vita... sappiate soprattutto ascoltare.»

Leo GullottaDa isolana a isolano: si sente ancora “siciliano”? Com'è stata raccontata – secondo lei – la Sicilia al cinema?
Certo che sono siciliano: di nascita, di radici, chi fa o sostiene il contrario è soltanto una persona sciocca, stupida. Le radici sono radici, te le porti sempre con te in ogni momento; puoi anche non stare nella tua città, nel tuo paese di nascita, ma la timbratura del DNA è quella, non si scappa. E poi è bellissimo portarsi dietro questa radice: io la ritrovo sempre, mangiando, camminando o guardando; nel modo come mi pongo con gli altri, nella generosità, la voglia di dare, la voglia di essere aperto, la voglia di non limitare. Questo fa parte delle isole. Io dico sempre che chi nasce nell'Isola – ma per carità non vuole essere segno di nessuna paratia stagna - nasce al sole; e il sole comunque fa vivere intellettivamente in maniera più brillante, più disposta al sorriso, e quindi sono contento di essere un uomo del Sud. Mi piace questo, mi piace anche negli altri. Com'è stata raccontata al cinema la Sicilia? Come dice Tornatore – e Sciascia: la Sicilia è un set naturale; è stata raccontata con commedie, con farse, con film importanti a cominciare da Rosi e il suo “Salvatore Giuliano”; lo stesso Tornatore - a parte “Nuovo Cinema Paradiso” - con “Baaria” - che è un percorso, è un tycoon di anni ma era soltanto la spiegazione per capire come siamo oggi, così diversi dal passato. In passato ci si fidava... dell'uomo politico, del paese, ci si fidava di un'idea, ed è questo che ha raccontato. Gli altri film: lo stesso Germi; gli stessi film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, questi due meravigliosi, e straordinari clown, li dobbiamo tenere molto presenti, perché sono stati e sono inimitabili, anche perché erano pieni di naturali e istintive tecniche. Due clown veri e propri, e loro l'hanno raccontata a loro modo. E quindi anche questa fetta di racconto cinematografico vale. Brillante, meno brillate. La Sicilia è come un set naturale; molti sono arrivati; alcuni l'hanno usata bene, altri male.

18 febbraio 2015