Stampa

''Louisiana'' di Roberto Minervini

Il consiglio di Elisabetta Randaccio

''Louisiana''Al Festival di Cannes non c'erano solo i film di Sorrentino, Moretti, Garrone, ma a chiudere il cerchio del meglio del cinema italiano, programmato a Un certain regard, veniva proiettato con successo di critica Louisiana di Roberto Minervini, dimostrandone il sicuro talento.

Louisiana viene indicato dalle schede giornalistiche come un documentario, ma non lo è. Qualcuno lo ha definito “documentario drammatizzato”, sicuramente è il risultato delle ricerche del regista nella zona sociale oscura del Sud degli Stati Uniti e del riuscito tentativo di far riprodurre la vita quotidiana a un gruppo di persone/personaggi che esibiscono se stessi non narcisisticamente, ma “proseguendo” la loro esistenza davanti alla macchina da presa. La realtà che ci mostra Minervini è quella drammatica degli emarginati, dei nullatenenti, di una popolazione senza prospettive e con minime possibilità di cambiare il proprio stato.

''Louisiana''Il film è diviso in due capitoli, non ben saldati tra di loro e questo è, forse, l'unico suo punto debole. Nella prima parte seguiamo una comunità di loser, soprattutto le vicende di una coppia di amanti. Droga e alcool, in tale contesto, sono le uniche risorse per dare un senso alla vita: giovanissimi, vecchi, donne, ragazzi ruotano in un degrado economico e sociale quasi assoluto, dove un giorno puoi rimanere senza allaccio elettrico perché non hai pagato le bollette della malferma baracca in cui vivi e un altro vai a lavorare per venti dollari, da spendere, a fine serata, in whisky da quattro soldi. Le metanfetamine te le autoproduci a casa e le puoi pure spacciare ai tuoi fratelli o agli “amici”. Una donna incinta se le fa iniettare nel braccio, così può esibirsi senza problemi in un locale squallido di lap dance.

''Louisiana''I due protagonisti si drogano in continuazione, però si amano e, forse, lui vorrebbe farsi incarcerare per riuscire, chissà, a disintossicarsi. Minervini affronta questa parte della storia con un piglio quasi pasoliniano; questi sottoproletari, in un certo senso, hanno l'afflato dei martiri di una società (non solo quella americana, ma in generale quella occidentale), dove però l'ignoranza li spinge ancora più in basso, verso un razzismo di grana grossa. Così, mentre qualcuno vorrebbe votare, alle prossime elezioni presidenziali, Hillary Clinton, la maggioranza – sono tutti bianchi - è imbufalita contro quel “negro stupido” di Obama. Vorrebbero vedere il minimo salariale aumentato, ma gli fa schifo il “governo dei negri”.

''Louisiana''Questo razzismo assoluto li unisce ai protagonisti dell'altro capitolo. Si tratta di un altro gruppo di bianchi, che hanno fatto delle armi, dello spirito cameratistico “primitivo” un punto di orientamento nel mezzo di frustrazioni economiche, sessuali, sociali. Si ritrovano armati di mitra, fucili, pistole e quant'altro ad addestrarsi nei boschi, ogni quindici giorni. Li guidano veterani (evidentemente resi psicotici dalle guerre “sporche” combattute), che piangono pensando al quattro luglio, mentre tutti sono dominati da una confusione ideologica incredibile, e da, come si diceva precedentemente, un'ignoranza spaventosa che non prospetta per loro nessun futuro positivo, semmai assai pericoloso.

Roberto Minervini dimostra il suo talento riuscendo a riprendere la crudezza senza morbosità o enfasi, dosando appropriatamente luci e ombre negli interni squallidi e negli esterni (fiumi, foreste, montagne) incontaminati. Solo il titolo ci indica dove si svolge la storia, non ci sono elementi che definiscano città o luoghi precisi, perché tutto potrebbe capitare dietro l'angolo del nostro tranquillo quartiere residenziale.