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Memorie d'Oltrecinema. ''Il declino dell’impero americano'' (1986) di Denys Arcand

Gianni Olla ci apre la sua cineteca per riscoprire grandi film che riemergono dal passato

''Il declino dell'impero americano''Si può partire dal romanziere Michel Houellebecq per “riesumare” un film vivissimo ma in qualche modo rimosso come Il declino dell’impero americano?
Il rischio è ovviamente un corto circuito storico-sociologico (le due opere appartengono a epoche diverse, sebbene quasi contigue) ma anche interpretativo, visto che i settori comunicativi (o artistici o culturali) sono diversi e, in questo caso, senza alcuna dipendenza reciproca.

I due autori, il francese nativo della Reunion con il cognome di Thomas e il franco canadese Denys Arcand, forse s’ignorano totalmente, pur appartenendo entrambi alla Francia d’oltremare, come si diceva molto tempo fa.

Il romanzo a cui è obbligatorio fare riferimento è Le particelle elementari, pubblicato nel 1999 e portato sullo schermo nel 2006 dal regista tedesco Oskar Roehler. Benché interessante e piuttosto intrigante, il film sembra ridurre al minimo indispensabile il messaggio apocalittico del romanziere. Il libro, infatti, racconta le traversie di due giovani fratellastri “disadattati”, Michel Djerzinski e  Bruno Clément, dovute alla vita sregolata dei genitori, ovvero all’assenza di una vera famiglia e di un’adeguata gerarchia educativa ormai totalmente cancellata nelle moderne società occidentali.

''Il declino dell'impero americano''Michel, oltretutto è un  biologo molecolare, buono e assolutamente pacifico ma incapace, suo malgrado, di provare alcuna emozione per gli esseri viventi, uomo compreso. Divenuto un celebre scienziato, negli ultimi anni di vita lavorerà ad un progetto di clonazione umana, senza più necessità di rapporti sessuali, rischiosi – secondo il suo autorevole parere – sul piano dell’imperfezione genetica e su quello della psicologia sentimentale. Il bersaglio di Houellebecq è ovviamente la velocissima trasformazione sociale del dopoguerra dovuta al colossale sviluppo scientifico e tecnologico, al benessere crescente dei paesi occidentali e alla conseguenza libertà e permissività post sessantottesca, magari anticipata dai movimenti libertari e poi “hippies” provenienti dagli Stati Uniti d’America.

Recuperando, quasi in positivo la distopia di Huxley (è questo il sogno, poi realizzato da altri, di Michel) che raccontava un Mondo nuovo senza più emozioni ma con la sicurezza del benessere e della “non infelicità”, lo scrittore francese sembra volersi cimentare con una versione  sarcastica, benché votata al tragico, delle tesi anti illuministe e anti rivoluzionarie dell’aristocratico De Maistre, applicandole all’utopia libertaria degli anni Sessanta.

''Il declino dell'impero americano''È anche dalle idee di questo romanzo che postula la fine della società occidentale come punta avanzata del progresso sociale e democratico, che nascono i suoi due romanzi/pamphlet più conosciuti, Piattaforma. Nel centro del mondo (2003) e Sottomissione (2014), entrambi accusati di “islamofobia”. Un’accusa certamente fondata, ma che distrae dal vero argomento dei due scritti: la progressiva perdita dell’identità occidentale (religiosa, laica, sociale, culturale, democratica) per troppo individualismo egocentrico e libertario.

Più o meno trent’anni prima, nel 1986, il film di Arcand si apriva con un frammento di lezione di storia da parte di uno dei principali protagonisti, Remy, (quasi tutti i personaggi sono docenti universitari), il quale avverte i suoi studenti che le nozioni di giustizia sociale, eguaglianza, anti razzismo, non sono quasi mai alla radice del “farsi della storia”, anche se ne fanno parte. Se questa prima brevissima sequenza è un’aperta allegoria del fallimento delle illusioni rivoluzionarie del recente passato, la seconda sequenza, sulla quale scorrono i titoli di testa, è lunghissima e senza stacchi.

''Il declino dell'impero americano''Ambientata in un sotterraneo che, probabilmente, dà accesso ad uno dei celebri “non luoghi” (centri commerciali, aeroporti) descritti da Marc Augè, è sostanzialmente una carrellata in avanti, in un vuoto apparente, sovrastato da un brano di Haendel,  che dovrebbe confermare la teoria del sociologo francese su una spazialità contemporanea totalmente estranea  all’antropologia storica delle città e dei paesi che gli stanno attorno. Ma, pure, un ragazzo, la percorre velocemente su dei pattini, per poi distanziare la macchina da presa e sparire alla vista degli spettatori. Ecco i nuovi soggetti antropologici, ancora invisibili, a cui poco interessano le teorie dello storico francese, sembra voler significare la lunga sequenza – anch’essa allegorica – che si conclude su un piano americano di due donne che dovrebbero avere non più di quarant’anni.

La prima, Dominique, anch’essa docente di storia contemporanea, spiega a Diane, una collega che lavora per un radio,  che la nostra società del benessere è ormai legata intimamente e quasi esclusivamente al concetto di piacere e di soddisfazione individuale: un inequivocabile segno di decadenza, che lei stessa individua “nell’impero americano”, intendendo con questo termine un mondo già globalizzato, universalistico, che ha come punto di partenza il benessere della classe media statunitense, modello di ogni altro paese a capitalismo avanzato.

''Il declino dell'impero americano''In sintesi “ristretta” e puramente assertiva, la tesi è la stessa del romanzo di Houellebecq, solo che le premesse sono diverse. In Le particelle elementari, tutto aveva inizio con una riuscita e perniciosa mutazione rivoluzionaria che, paradossalmente, aveva messo in comunicazione il progresso sociale e scientifico con la “liberazione” mentale e pratica degli individui. Ma l’uomo, secondo quanto si legge apertamente nel romanzo, non era affatto preparato a questa rivoluzione e ne diviene vittima, quasi ritornando indietro al celebre “principio di piacere” che, secondo Freud, era caratteristico della pre civiltà.

Nel film, questo regressivo “principio di piacere” è invece spiegato, verso la fine, dalla conclusione dell’intervista: l’epoca del “declino dell’impero americano” è associata ad una sorta di “neo edonismo”, anche economico – la formula volgarizzata dell’epoca è appunto “edonismo reaganiano” – che ha travolto le speranze di cambiamenti rivoluzionari degli anni precedenti, quegli stessi a cui Houellebecq attribuiva la “responsabilità” del male esistenziale.

''Il declino dell'impero americano''Però gli otto protagonisti del film (quattro donne e quattro uomini) sembrano, in larga maggioranza, non tanto estranei alla decadenza ma piuttosto capaci di dominarla attraverso la loro cultura e il loro status sociale. Non a caso, la terza sequenza è un vero “luogo”: un lago circondato da un bosco autunnale in cui l’esplosione dei colori (i rossi e i gialli delle foglie), ci riporta, in apparenza, ad uno stato di natura che non è stato interamente travolto dalla modernità. Qui, la banda dei colti e degli intelligenti (singoli, sposati, ma anche gay) si sono dati appuntamento per un week-end gastronomico-contemplativo nelle loro ville. I maschi sono già all’opera, le donne li raggiungeranno nel pomeriggio, dopo essersi “messe in forma” tra palestra e piscina, appunto in quei “non luoghi” deputati al benessere individuale.

''Il declino dell'impero americano''Per un altro terzo del film – o poco più – il racconto si snoda tra i due paralleli luoghi di chiacchiere. Il contesto potrebbe ricordare un’altra celebre “resa dei conti” post funeraria dei reduci della grande contestazione ed esaltazione sessantottesca: Il grande freddo di Lawrence Kasdan, girato appena tre anni prima e ancora segnato dalle ultime illusioni. Ma forse sono altre le pellicole che si possono accostare a questo “vivisezionamento” progressivo dell’esistenza umana. Un primo titolo, successivo, è il celebre “gioco delle coppie” cecoviane e mozartiane di Mariti e mogli di Woody Allen (1992), film notevolissimo, a sua volta ispirato alla tecnica godardiana del “guardare in macchina” e allo stesso celeberrimo Scene di un matrimonio di Bergman, girato anch’esso tre anni prima del film di Arcand. Solo che le ultime due pellicole citate si caratterizzano non già per un rimpianto romantico ma per una accettazione totale – ironica o tragica – di un anarchismo sentimentale e esistenziale stabilizzato (scusate l’ossimoro) e, soprattutto, pienamente vissuto come caratteristica della società contemporanea, soprattutto nel suo versante intellettuale.

''Il declino dell'impero americano''Il tema delle chiacchiere di Il declino dell’impero americano è uno solo: le avventure sessuali dei protagonisti – ad esclusione del giovanissimo amante di Dominique – e delle loro amiche, mogli o amanti. Talvolta, queste avventure, sono visualizzate quasi come extra diegetiche: ciò che i personaggi non possono rivelare, pena il crollo di tutto il meccanismo comunitario basato sulla finzione sentimentale. Così i personaggi sono trascinati in una sottile mascherata esplorata con una tecnica assolutamente opposta a quella godardiana/alleniana/bergmaniana: la macchina da presa li segue e li filma in campi ravvicinati e medi, sia nelle loro performance quasi sempre verbali, sia nei loro momenti imbarazzanti. Come intellettuali “al di sopra di ogni mediocrità” sembrano potersi permettere qualsiasi teatralizzazione di se stessi: accademica, professionale, e coniugale e, soprattutto vivere pienamente entro queste “finzioni”. Ma il gioco delle parti mozartiano finisce subito, già con le rivelazioni  dello stato di ipocrisia e di solitudine in cui versano i personaggi.

La prima rottura dell’equilibrio si ha quando nella villa in riva al lago, dove tutti si sono finalmente riuniti, irrompe un individuo di bell’aspetto, ma rude, quasi selvatico, che, disprezzando apertamente il convivio, si porta via  Diane, la giornalista che, in precedenza, nel “beauty center” aveva dichiarato di non essersi mai sentita sessualmente appagata, fino a quando non era stata letteralmente brutalizzata dal suo nuovo amante, “il selvaggio” appunto. La seconda è la confessione di Dominique, oggetto sessuale di tutti i maschi della compagnia.

''Il declino dell'impero americano''Altre rivelazioni mutano, anche letteralmente, l’autunno coloratissimo in inverno (l’immagine finale è appunto il lago e la casa innevati, senza più nessun ospite), il giorno radioso nella notte: la moglie del maestro d’ipocrisie, sconvolta dai suoi tradimenti, decide di separarsi; la studiosa che aveva appena pubblicato la teoria sul “declino dell’impero americano”, si confessa depressa e incapace di affrontare il suo solitario futuro da “single”, benché confortata, anche sessualmente, dal suo attuale ragazzo poco più che adolescente.  Infine, in mezzo ad altri scorci paesaggistici (vere e proprie nature morte che potrebbe ispirare le pitture contemplative giapponesi, ovvero la natura contrapposta alla cultura), l’omosessuale, che sospetta di avere l’Aids, ricorda una propria lezione di storia dell’arte dedicata ai pittori dell’alba: “l’ora del lupo” bergmaniana, ovvero quella che precede la morte, identificata in tanti dipinti di Géricault  di Caravaggio.

''Il declino dell'impero americano''Questo finale  si concretizzerà diciassette anni dopo in Le invasioni barbariche (2003), penultimo film di Arcand, in  cui uno dei protagonisti più “edonisti” del gruppo, Remy, quasi sessantenne, malato di cancro, incurabile ma lucidissimo, assistito da amici e amiche – e persino dalla ex moglie – decide e riesce, più o meno clandestinamente, ad ottenere l’eutanasia. Curiosamente, la coscienza della morte che tutto conclude, cruenta o pacifica che sia, è, ancora una volta, senza pentimenti, sottoposta alla tirannia dell’edonismo libertario. Remy ritrova il figlio, affermato professionista che non vuole avere a che fare proprio con quella cultura e quel modello di vita in cui si era “incastrato” il padre. E il padre, a sua volta, quasi lo disprezza come uno dei tanti simboli delle “invasioni barbariche” che stanno portando il mondo contemporaneo alla regressione culturale e sociale.

Quest’ultimo titolo, forse sopravalutato, almeno rispetto alla straordinaria finezza e leggerezza de Il declino dell’impero americano, non solo ebbe un clamoroso successo – derivante anche dal tema dell’eutanasia, appena entrato nel “vocabolario” dei nuovi diritti – ma venne evocato in talk-show e riletture saggistiche quasi palinsestuali. Ma, appunto, con il nuovo secolo arriviamo ormai alle apocalissi della modernità occidentale di Houellebecq: nessuno si ricorda più se questa catastrofe esistenziale e politica sia stata determinata dal fallimento delle rivoluzioni sessantottesche o se invece, il libertarismo di quegli anni, eredità certa e riscontrabile ad ogni passo, l’abbia provocata.

22 luglio 2015