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Film Consiglio

"Io sono Daniel Blake" di Ken Loach

''Io, Danel Blake''

Il consiglio di Elisabetta Randaccio

Ken Loach (ottanta anni, vincitore dell'ultima edizione del Festival di Cannes) e il suo fidato sceneggiatore Paul Laventry hanno la capacità di elaborare storie convincenti, coinvolgenti e anche commoventi senza doverle recuperare in chissà quali universi, dove ruotano personaggi mirabolanti.

''Io, Danel Blake''Scartando il minimalismo melodrammatico - presente, per esempio, pesantemente, nel cinema italiano dei nostri giorni -, scrutano le dinamiche della società contemporanea, sprofondata nelle violente contraddizioni conseguenti alla crisi economica, e trovano vicende e personaggi interessanti da animare, costruendo film solo apparentemente semplici. Gli attori sono fondamentali in questo modello creativo. Sembrano presi dalla strada, come nel neorealismo, ma non è così. Sono certo visi comuni, infatti l'uso di star distruggerebbe l'equilibrio della storia, e sono bravissimi, colpiscono al cuore. Col cinema non si cambia il mondo, lo sa bene l'esperto Loach, a cui dobbiamo opere che illustrano l'altra faccia del capitalismo, ma possono, senza tediarci e appassionandoci, farci riflettere, stimolare critiche e e discussioni.

''Io, Danel Blake''"Io sono Daniel Blake" è ambientato a Newcastle, Gran Bretagna, un tempo città vivace di una cintura industriale potente, quella dell'Inghilterra del centro est, ora letteralmente in rovina. Dalle "riforme" della Thatcher in poi, non si è riusciti a riconventire le industrie, il tasso di disoccupazione è rimasto molto alto: chi ha qualche chance si trasferisce a Londra, magari alla ricerca di un occupazione umile e precaria, continuamente in evoluzione; chi resta si accontenta di lavori sempre in bilico, nei quali il licenziamento pesa come una mannaia. Daniel è stato un notevole falegname in una di quelle aziende che, a Newcastle, sono, senza grandi ambizioni, riuscite a sopravvivere, ma una malattia grave al cuore lo costringe a casa. L'unica risorsa economica sarebbe chiedere il sussidio per malattia e, a questo punto, in un welfare sommerso dal "red tape", anch'esso fatto a pezzi negli anni ottanta e mai più migliorato, Daniel si ritrova riusucchiato dalla burocrazia maggiormente infame e dalle novità tecnologiche insensibili a chi non è alfabetizzato digitalmente.

''Io, Danel Blake''La dignità del lavoro, che il falegname considera fondamentale per la vita di un uomo, viene calpestata e la lotta per inseguire i propri diritti sembra quella kafkiana, macchina schiacciasassi senza via d'uscita. Quello che Loach mette in evidenza, attraverso le tormentose vicende di Daniel, è l'annullamento del concetto di solidarietà, pure tra i disperati della terra. Quasi cancellata quella di classe, inesistente quella istintivamente umana; ciascuno sembra tristemente rinchiuso nel suo povero orticello di penosi privilegi, pauroso di supportare chi ha bisogno. Anche in questo Daniel sembra un alieno, visto che riesce a aiutare una ragazza madre, con due figli piccoli, ridotta letteralmente alla fame. Ma pure questo rapporto lo delude, perché il degrado non rientra nella sua sfera ideologico-emotiva.

''Io, Danel Blake''Il cinema di Loach comprende l'happy end in alcune situazioni particolari, ma, in "Io, Daniel Blake" il finale è affidato a una lettera, come accadeva in "Terra e libertà", in cui le parole hanno la forza di uno spirito dignitoso e libero, che commuove lo spettatore.
Loach conferma la sua statura di rilevante regista contemporaneo, spinto a abiurare al suo ritiro dalle scene annunciato due anni fa, perché ancora l'artista ha tanto da dire, da mostrare, da raccontare a chi subisce, a chi non capisce, a chi si estranea dai mali che lo sfiorarono. Tutto con la sua tecnica semplice, ma efficace, con la cura per la scrittura e per l'interpretazione.

26 ottobre 2016