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''La finestra'' di Silvia Perra al Torino Film Festival

Il dramma romantico dello spopolamento dei piccoli paesi nel corto che la giovane regista presenta alla rassegna. di Anna Brotzu

Torino Film Festival

Una storia semplice – emozionante e attuale: La finestra di Silvia Perra (saggio di diploma in regia dell'artista cagliaritana (classe 1988) al Centro sperimentale di Cinematografia di Roma) in anteprima venerdì 25 novembre al 34° Torino Film Festival, sezione Festa Mobile/Festa Vintage, racconta il senso di spaesamento degli ultimi abitanti di un villaggio della Sardegna, costretti a lasciare le loro case e a trasferirsi in un ambiente estraneo.

Il cortometraggio fotografa una realtà amara – lo spopolamento delle zone interne dell'Isola e lo sradicamento di donne e uomini antichi, legati ai saperi e ai riti della quotidianità del mondo agropastorale: il mito del progresso rende anacronistica una condizione plurisecolare, spezzando un equilibrio tra uomo e natura con l'abbandono delle aree rurali e la migrazione verso le città.
La finestra (CSC Production) verrà proiettato – insieme a altri due lavori di ex allievi del Contro Sperimentale: Nastassia, di Francesco Munzi e Le belle prove, di Gianni Zanasi - in occasione della presentazione del libro L'ora di regia, scritto dal regista Gianni Amelio con Francesco Munzi.

Silvia PerraSilvia, come mai ha scelto di affrontare un tema così “scottante” per il presente e il futuro dell'Isola?
L'idea del corto nasce da un documentario che avevo visto, nel quale a seguito di un disastro ambientale un anziano aveva perso la sua casa, e nonostante le autorità lo invitassero ad andar via per mettersi in sicurezza, si rifiutava e si barricava in quel che restava della sua abitazione per non abbandonare il suo mondo. Ho subito pensato che un sentimento simile di attaccamento, al punto tale da mettere a repentaglio la propria esistenza, potesse essere lo stesso che anima anche gli abitanti di alcuni paesi dell'interno della Sardegna, destinati a scomparire per il crollo demografico. Quando ho fatto una ricerca sul campo nei paesi dell'interno, ho subito constatato che nonostante molti anziani avessero avuto effettivamente la possibilità di andar via da quei luoghi e magari concludere il resto della loro vita in modo più confortevole, non lo facessero proprio per un sentimento spasmodico di attaccamento, e quando avevano provato a trasferirsi in città, magari dai figli ormai adulti, avevano raggiunto un livello tale di depressione, che li ha fatti ritornare senza esitazione a casa loro.

Persone e luoghi fuori dal tempo.
In quei luoghi ho trovato i volti incontaminati dalla modernità. Persone di un'altra epoca, ex agricoltori, ex pastori, che non si possono incontrare per le vie di un contesto urbano ma che vivono ancora in campagna e in montagna e che poi si sono prestate per questo lavoro. Volevo quindi mettere in scena questo sentimento, ma non essendo la Sardegna una terra sismica, ho pensato ad un motivo alternativo, anche cinematograficamente poco costoso, come la costruzione di una galleria a ridosso del paese con alta probabilità di crollo per le case limitrofe. Data questa premessa, il resto della narrazione è venuto da sé.

Torino Film FestivalCome ha lavorato sulla scrittura - e poi nella realizzazione del corto?
La sceneggiatura ovviamente aveva una sua struttura, ma come auspico avvenga in tutti i miei lavori, era destinata a cambiare. Non può e non deve rimanere come è nata su carta altrimenti non c'è un'evoluzione creativa, almeno per quanto mi riguarda. I dialoghi erano abbozzati, per dare modo agli interpreti, per lo più ottantenni, di vivere le scene a modo loro senza studiare nulla a memoria, ma seguendo le mie indicazioni. La definirei una sorta di libertà controllata. Il risultato infatti è quello di estrema naturalezza, quasi come un documentario. Le riprese per questioni di budget sono state fatte in 4 giorni anziché 5, altrimenti non avrei potuto proprio girarlo. Portare una troupe da Roma in Sardegna costa ancora tanto, ma dovevo assolutamente girarlo a casa. Girarlo nelle campagne romane sarebbe stato un fallimento per me e non me lo sarei mai perdonato. Ho preferito girarlo con meno soldi che con tanti soldi da spendere inutilmente in un luogo che non c'entrava nulla con la storia.

Si è ispirata a qualche autore o a un'opera nel disegnare le atmosfere del film?
Non mi sono ispirata a un genere in particolare. In fase di preparazione però ho guardato tante volte L'albero degli zoccoli di Olmi.

Che emozione prova in vista del Torino Film Festival?
Sicuramente per me è un onore. Un corto o un film vive solo se viene visto da un pubblico e sapere che il primo pubblico che incontra è quello torinese, non può che farmi piacere.

Torino Film FestivalSilvia Perra e la decima musa: qual è il suo rapporto con il cinema?
Da spettatrice, mi piace il cinema a 360 gradi. Guardo di tutto, non ho limiti. Poi è chiaro che la magia del cinema per chi conosce il mezzo un po' si perda, ma fa parte del gioco ed è il prezzo da pagare. Se devo invece parlare come una che prova a farlo il cinema, prendo le distanze dalle cose convenzionali e cerco di trovare qualcosa di originale da dire ma soprattutto alimentata dall'urgenza di dirla. Al cinema devi sentire la necessità di raccontare qualcosa, altrimenti con gli ostacoli che ti pone davanti questo mestiere, rischi di perderti l'idea per strada se non sei abbastanza forte e motivato da portarla avanti.

Quando ha deciso di guardare il mondo attraverso una macchina da presa?
L'interesse per il cinema è arrivato durante gli anni della scuola superiore. Poi con il tempo si è concretizzata una passione, che però penso di avere avuta sopita forse un po' da sempre, e poi si è sviluppata un'attitudine a raccontare qualcosa per immagini e cerco di farlo sempre con uno sguardo il più possibile personale.

L'ultimo film che ha visto?
Lo and Behold”, il documentario di Herzog su internet.

Tra gli autori contemporanei, qualcuno l'ha colpita in modo particolare?
Il modo di fare cinema e di dirigere gli attori di Kechiche. Dicono sia un po' crudele con i suoi attori, ma se poi il risultato è la naturalezza e il realismo che c'è nei suoi film, si deve sicuramente perdonare.  

I suoi maestri?
Quando vivevo ancora a Cagliari e frequentavo l'università, ho avuto modo di frequentare dei corsi di regia, che per me erano come un miraggio nella piccola realtà provinciale cagliaritana, poco avvezza al cinema. Quei corsi li devo sicuramente al Celcam del professor Antioco Floris. Lì ho conosciuto Salvatore Mereu ed Enrico Pau, che sono stati i primi che hanno smosso qualcosa in me che era ancora acerbo. Poi una volta a Roma ho avuto la fortuna di averne conosciuto tanti: fra tutti Daniele Luchetti e il maestro Gianni Amelio.

Progetti futuri?
Sto lavorando allo sviluppo del lungo. Posso dire che sarà l'adattamento cinematografico di un libro ambientato in Sardegna.


23 novembre 2016