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Percorso

''Leggere e scrivere il Cinema''. Le recensioni

Un immagine del seminario

L'analisi dei film nelle sale è stata la prova pratica dei corsisti al Seminario di Cinemecum 

L'ultima giornata del Seminario 'Leggere e scrivere il cinema' ha visto la lezione di Emiliano Morreale, docente universitario e critico cinematografico. L'appuntamento ha previsto una prova pratica durante la quale Morreale ha corretto alcune recensioni inviate via mail dai partecipanti al corso.

Pubblichiamo di seguito alcune di queste. Nello spazio dei commenti, in coda all'articolo, si può indicare la preferita.

''Fai bei sogni''“Fai bei sogni” di Marco Bellocchio.
Angelica Demurtas

Bellocchio, in collaborazione con il compositore Carlo Crivelli, tocca magistralmente le corde emotive dello spettatore in una sequenza carica di pathos, giocata su un continuo campo contro campo tra madre e figlio sulle note di una bellissima canzone di Domenico Modugno: “resta cu' mme, pe' carità , stattè cu' mme , nun me lassà” sono forse le parole che ognuno di noi, donna o uomo qualunque, vorrebbe dire alla propria madre, prolungando giorni di questa vita che agli occhi di un bambino sembra interminabile, dilatata e assoluta; un solo momento scolpito nel tempo che si ripeta in un eterno ritorno. In queste parole è custodita la chiave interpretativa del film di Marco Bellocchio, “Fai bei sogni”, liberamente ispirato al bestseller e romanzo autobiografico del giornalista Massimo Gramellini. Massimo, interpretato dal giovane e talentuoso Nicolò Cabras nell’infanzia, da un triste e malinconico Dario del Pero in età adolescenziale e magistralmente da Valerio Mastandrea in età adulta, perde la madre in una notte di neve nella Torino degli anni ’60, una madre bella dolce e terribilmente triste. Un “infarto fulminante”, secondo la secca e trattenuta rivelazione del padre, la strappa alla vita e macchia tragicamente l’esistenza di Massimo che si interroga attraverso fede e ragione sul perché sia morta così giovane e sul come sia possibile raggiungerla; in questo interrogarsi, in questo tentativo di continuo ricongiungimento alla madre, Bellocchio tocca un punto alto della sua pratica registica senza scadere nel patetico. Nel dispiegarsi della vita di Massimo, bambino che si immerge dentro i libri e la passione per il calcio per reagire al dolore (anche attraverso l’aiuto di un amico immaginario, Belfagor, mostrato durante tutta la durata del film attraverso immagini di repertorio di una serie televisiva francese trasmessa negli anni ’60), per supplire l’assenza della madre che non riesce a colmare, almeno in parte, con nessun altra figura femminile (vani i tentativi di appoggiarsi alla governante della casa, la tata Mita, che rifiuta di sostituire la madre di fronte alle necessità affettive del piccolo Massimo), adolescente che si confronta e scontra con la religione e nega la sua morte, immaginandola dentro un’altra vita a New York, adulto che riesce con determinazione a trovare il suo posto lavorativo nel mondo ma non affettivo (fino all’arrivo di Elisa, che proverà a “salvarlo”), Bellocchio riesce a tessere una trama emotiva e psicologica del protagonista sempre più complessa sull’indagine/rifiuto di questa morte che marchia a fuoco gli anni che passano (dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’90); è in questo scorrere del tempo che il regista riesce ad attuare una compenetrazione efficace tra avvenimenti storici e vita dell’individuo attraverso l’utilizzo di immagini di repertorio e della colonna sonora. La musica, che nel cinema ha sempre avuto la capacità di rinforzare le emozioni, con un sorprendente effetto di potenziamento delle suggestioni trasmesse dalla pellicola, ha un ruolo fondamentale nella costruzione narrativa del film: da quel “Twist Night” di David Richard Mindel che madre e figlio ballano scatenati all’inizio della pellicola, come per stabilire il loro legame affettivo indissolubile, alla sequenza in cui ancora una volta Massimo, ormai adulto, si scatena trasportato da Elisa in una pista da ballo sulle note di “Surfin’ Bird”. Unica défaillance del regista sono le scene girate a Sarajevo, che raccolgono in sé un evento importante per Massimo: il ritrovamento del cadavere di una madre immerso in una pozza di sangue ed il suo bambino che continua a giocare nella stanza accanto; con l’amico fotografo che strumentalizza l’evento. Sequenze certo non efficaci, in cui gli avvenimenti sono immersi in una Sarajevo fortemente improbabile. La sequenza polisemica finale dischiude nei suoi rimandi, insieme sia il senso dell’abbandono sia della ricerca di chi ci ha lasciato, non risolto. L’autore, in questo senso, simula un’apparente messaggio pacificatorio che a nostro avviso, assai efficacemente, non definisce compiutamente soluzioni appunto pacificatorie.


''Come diventare grandi nonostante i genitori'"Come diventare grandi nonostante i genitori" di Luca Lucini
Paola Congia

Il film, di Luca Lucini, è la trasposizione cinematografica della serie TV su Disney Channel: la storia di un gruppo di amici adolescenti che vogliono formare una band e riescono ad avere successo nonostante le opposizioni degli adulti.  Storia di conflitti generazionali tra genitori e insegnanti da una parte e giovani dall’altra.
Ma nel film le opposizioni sono finte, nel senso che il “no” dei genitori viene organizzato ad arte da una preside mediante una pseudo-macchinazione ad intento pedagogico: dire più “no” ai ragazzi li aiuta a crescere e a dedicarsi con più ostinazione ai loro talenti.
Gli attori sono gli stessi della sit-com televisiva, affiancati però da attori di rilievo da cui, francamente, ci si aspetta più che una comparsa stilizzata da cartoons. Una Margherita Buy ingessata, una Giovanna Mezzogiorno imbalsamata, un Matthew Modine semplificato non contribuiscono a dare spessore alla commedia. La trama è debolissima, i personaggi figurine appena tracciate a matita, la loro psicologia completamente trascurata. Tutti, adulti e ragazzi, risultano immersi in un unico limbo di beata fanciullezza senza vere difficoltà e veri pensieri. Senza vita reale. I drammi (che pure ci sarebbero) passano inosservati e indolori e così pure gli amori senza conflitti e senza autentiche emozioni, a parte qualche mielosità di troppo. Tutto già visto.
La macchina da presa sembra muoversi a casaccio, passando senza apparente valido motivo da un primissimo inutile primo piano ad un’ altrettanto superflua panoramica della città dall’alto .
Assente ingiustificata la fotografia, mentre lo sceneggiatore Gennaro Nunziante ha fatto di meglio, a mio parere, con Checco Zalone.
Insomma, il messaggio passa soltanto perché alla fine ci viene declamato dalla preside Margherita Buy e non viene né definito a dovere né approfondito.
Rimane solo una domanda: ne avevamo bisogno?


''La verità negata''"La verità negata" di Mick Jackson
Eugenio Dessy

Una docente di storia ebraica viene citata per diffamazione da un collega negazionista. Per difendersi, al processo dovrà dimostrare “scientificamente” che l’Olocausto è effettivamente avvenuto.
Un film sicuramente piacevole per ritmo e interpretazione degli attori (soprattutto Timothy Spall nei panni del professore negazionista, che nelle frequenti inquadrature in primo piano ispira allo spettatore un fastidio fisico oltre che morale) e anche  interessante,  per il tema trattato e per gli interrogativi di fondo che pone: le cose che abbiamo sempre dato per scontate lo sono poi veramente? Saremmo capaci di portare prove a dimostrazione delle nostre convinzioni più profonde? E, in un’epoca sovrabbondante di informazioni, come distinguere il grano dalle erbacce?
E tuttavia,  un film incompleto, forse troppo intellettuale, nel quale  spesso vengono evocati, grazie anche a una buona sceneggiatura, determinati temi  per lasciare subito spazio alla fredda analisi processuale della materia. La verità negata racconta un episodio realmente avvenuto, dove dalla citazione in giudizio alla sentenza trascorsero quattro anni, ma lo spettatore questo non lo avverte, si ha infatti l’impressione che il tutto si esaurisca in poche settimane. Così, non c’è mai realmente lo spazio per venire coinvolti dalle vicende “morali” dei protagonisti che vengono sì accennate, ma non sviluppate come meriterebbero, ad esempio lo sconforto dei sopravvissuti a cui viene impedito di testimoniare per non compromettere la strategia difensiva o le pressioni sulla protagonista da parte della comunità ebraica che spinge per patteggiare temendo un verdetto avverso.
D’altronde il regista, Mick Jackson, aveva finora all’attivo soprattutto produzioni di cassetta, e forse si poteva immaginare che avrebbe avuto delle difficoltà a calarsi in un cinema di impegno civile che ha conosciuto ben altre vette.
In definitiva, un buon film, magari anche adatto per portarci una scolaresca e stimolare un dibattito. Solo che poteva essere un film “per non dimenticare”. Invece, probabilmente, ce lo dimenticheremo presto.


''Snowden''"Snowden"di Oliver Stone
Alessio Cossu

Oliver Stone torna alla carica con un biopic che ha per protagonista Joseph Gordon Lewitt nei panni di  Edward Snowden, il ventottenne ex tecnico informatico che ha svelato al mondo intero gli inconfessabili segreti della NSA, intenta, per discutibili ragioni, a spiare illegalmente milioni di cittadini americani e non. Il film si presta a diversi spunti di riflessione e tiene incollato lo spettatore alla poltrona grazie a una giusta carica di pathos, sapientemente intervallata da sequenze di distensione narrativa, dedicate principalmente alla relazione sentimentale del protagonista.
È un film incentrato sull’ossessione del vedere, ma soprattutto su quella dell’essere visto, e ciò si nota più volte dalla scelta delle inquadrature che in dettaglio e di profilo riprendono l’occhio di Snowden intento al lavoro davanti al suo immancabile laptop. Occhio che ritorna anche nel momento topico in cui Ed scopre la portata planetaria del sistema di raccolta dati messo in piedi dalla NSA: le informazioni convergono nella sede della NSA su un monitor che, da immagine bidimensionale, in una efficace sequenza senza soluzione di continuità, si tramuta nell’occhio di Snowden. La fobia del nolo videri pervade anche la vita privata del protagonista, causando dissapori con la ragazza di cui pure è innamorato. E lo si vede a più riprese: Ed non ama essere fotografato, sebbene sia proprio grazie a delle foto su internet che ha conosciuto quella che poi sarebbe diventata la sua ragazza; non solo, ma egli le sconsiglia di archiviare foto nel computer e insinua il dubbio che prima o poi essi possano essere spiati.
In Ed è tuttavia riflessa anche la memoria biografica di Stone, in quanto anche il regista, come il protagonista, si era arruolato nell’esercito sorretto da una salda fiducia nell’etica del sacrificio a vantaggio della collettività, valore che emerge anche nel corso di un altro litigio tra Ed e la ragazza. La disillusione di Ed è perciò quella di Stone che, tenendo fede al motto secondo cui per realizzare un buon film bisogna avere un punto di vista, dà al suo eroe quella credibilità e umanità cui fa da contraltare la monolitica, fredda rigidità dei propri superiori, in particolare di quello interpretato da Rhys Ifans. Di proposito, uno dei momenti di maggior tensione, il colloquio tra quest’ultimo che parla in videoconferenza ed Edward, riecheggia atmosfere orwelliane.
Il montaggio alterna sapientemente le sequenze che ripercorrono le tappe dell’esperienza umana e professionale di Snowden con quelle dedicate all’intervista concessa ai giornalisti all’interno di quello che è diventato ormai il più celebre hotel di Hong Kong. Proprio qui, grazie all’uso della camera a mano, si sottolineano la precarietà, l’instabilità, i pericoli della vita futura di Snowden.
Stone opta dunque ancora una volta per un film che mostra l’altra faccia dell’America, in chiara polemica con tanta cinematografia che, dal fatidico 11/9, ha scelto di aderire talvolta orgogliosamente, talaltra supinamente, al “serrate i ranghi” delle amministrazioni USA, le quali hanno trasformato il più impettito alfiere delle libertà dei cittadini, in uno stato sospettoso e invadente.       

21 dicembre 2016

 

 

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