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Percorso

Dalla quercia alla palma

Il documentario di Naitza su "Padre padrone" alla Festa del Cinema di Roma. di Elisabetta Randaccio

''Padre Padrone''Scelto dal Festival del Cinema di Roma all'interno della sezione "Riflessi", "Dalla quercia alla palma. I 40 anni di 'Padre padrone'" segna un altro tassello nella produzione cinematografica di Sergio Naitza, ormai, da tempo dedicatosi alla regia filmica.

Anche questo suo lavoro rispetta un percorso indirizzato a approfondire il mondo della settima arte in maniera originale. Sin da "Per noi il cinema era 'Proibito'" (2011), che raccontava una piccola comunità sarda letteralmente sconvolta dal set del film di Monicelli, tratto assai liberamente dalla "Madre" di Grazia Deledda, l'interesse di Naitza per le dinamiche del cinema si è focalizzato sui protagonisti "minori", comunque fondamentali nella costruzione di una narrazione per immagini. Perciò, senza trascurare i personaggi principali noti e nel tempo magari invecchiati, anche negli altri suoi documentari (si veda "L'insolito ignoto.. Vita acrobatica di Tiberio Murgia" e il recente "L'isola di Medea") viene sempre data voce alle comparse, ai collaboratori, si percorrono i luoghi diventati scenografie, si va a scoprire un lato spesso trascurato nelle storie e pure nella sociologia del cinema.

''Padre Padrone''Anche "Dalla quercia alla palma" conferma questa impostazione contenutistica; così si evoca uno dei capolavori dei fratelli Taviani, partendo dalle microstorie, le quali si intrecciano con le testimonianze dei registi, di quelli che furono gli straordinari protagonisti, ovvero Saverio Marconi (assai cambiato fisicamente) e il grande Omero Antonutti, nonché Gavino Ledda, autore del libro da cui fu tratto il film, partecipando a quest'ultimo in un incipit e in un finale memorabili. Questo livello di documentazione sembra essere la scelta maggiormente adeguata, rispetto magari a quella più scontata riguardante la ricostruzione delle incredibili polemiche provocate in Sardegna dalla visione della pellicola.

''Padre Padrone''Come viene ricordato anche nel lungometraggio di Naitza, per quasi un anno dopo l'uscita in sala di "Padre padrone" (nel 1977), quotidiani, settimanali, giornali culturali e politici sardi pullulavano di articoli che crocifiggevano l'opera dei Taviani come pessima immagine della nostra isola, traboccavano di insulti e di negatività non sempre articolata sensatamente. Sembrò come persino grandi intellettuali si fermassero a un'interpretazione di tipo pedissequamente realistica, mentre altri si sospetta non videro, forse, neppure il film, ma tuonarono contro e tanti tralasciarono di considerare che era tratto da un libro autobiografico di un sardo, molto piu crudo, in certi passi, del suo omologo per immagini.

Eppure il successo mondiale di "Padre padrone", al di là della Palma d'oro vinta al Festival di Cannes, voluta con passione dal presidente di giuria di quell'edizione Roberto Rossellini, dimostra quanto il messaggio dei Taviani, che percorre tutta la loro opera (pensiamo, in questo senso, pure a "Cesare deve morire", 2012), ovvero la potenza della cultura, della curiosità culturale vittoriosa in qualsiasi situazione, anche la più difficile, fu percepito universalmente. La Sardegna, in questo contesto, diventa esclusivamente uno sfondo, e si sovrappone alle apparentemente differenti situazioni sociali.

''Padre Padrone''Dunque, pur dando uno spazio a questa querelle, Naitza si sofferma sulla costruzione del film, il quale primariamente era destinata a essere un'opera televisiva in due parti e, solo in seguito, diventò il primo lungometraggio prodotto dalla RAI a partecipare a un festival cinematografico rilevante. I Taviani raccontano, nel documentario, l'innamoramento per la vicenda umana di Gavino, diventato professore di glottologia da pastore analfabeta e come andarono a trovarlo ("era piccolo, esile, faceva una conferenza e diceva di sapere come cambiare la realtà della Sardegna..."). L'affezione dei registi per Ledda si nota nelle riprese dell'incontro a casa dei Taviani: Gavino pare una sorta di figlio e il fatto che lui suoni per loro il valzer di Strauss, così importante nel film, con una fisarmonica, mette in evidenza il legame tra realtà, finzione, sentimenti, malinconie.

''Padre Padrone''I protagonisti, Marconi e Antonutti, furono scelti perché notati in spettacoli teatrali. Saverio Marconi, allora giovane e bello con uno sguardo ceruleo capace di bucare la cinepresa, mentì sulla sua età pur di essere ingaggiato come protagonista e, per tutta la durata delle riprese, come dicono i Taviani, si calò in maniera stupefacente nei panni del pastore ribelle al padre. Antonutti, con la sua ironia velata anche di commozione, invece, fornisce aneddoti gustosi e fondamentali per capire il senso estetico del lungometraggio girato in Sardegna. Ricorda la sua prima scena, ripetuta tante volte, che portò alla sua esasperazione e alla delusione dei Taviani, decisi ad abbandonare insieme al produttore il set, ma bastò abolire il parrucchino che gli era stato affibbiato e mutare gli abiti per riuscire convincente nell'episodio iniziale, quando Abramo entra prepotentemente a scuola per portare via Gavino, destinato a custodire le pecore e non a imparare l'alfabeto.

Sempre in questa sequenza, Antonutti percuote con il suo bastone un banco per azzittire i bambini chiassosi e irridenti il proprio compagnetto. Viene raccontato come quel bastone si spezzò e tutti i ragazzini che interpretavano gli scolari si spaventarono davvero e ammutolirono. Proprio alcuni di questi bambini troviamo nel documentario di Naitza: diventati adulti, ricordano con piacere quei giorni "strani" sul set, dove giocare, recitare, essere se stessi coincideva con la stessa emozione. Alcuni di loro provenivano da famiglie modeste e quelle sedicimila lire al giorno convinsero i genitori a far saltare ai loro figli qualche giorno di scuola.

''Padre Padrone''Una delle (allora) ragazzine avrebbe voluto tenere il bel vestitino rosso della scena della famiglia Ledda in banca ("non ero mai stata così elegante! Speravo che mi regalassero l'abito, ma non accadde"). La giovane, invece, che interpretò la moglie di Sebastiano (Stanko Molnar), mette in evidenza l'imbarazzo di chi per la prima volta si trova a dover recitare in un set filmico. "La scena prevedeva", narra nel documentario, "che io e Molnar dovessimo stare nudi sul letto, per fortuna, poi, i registi cambiarono idea e io indossai un camicia da notte, ma non capii allora il senso di fumare il sigaro dalla parte del fuoco. Ripetemmo la scena varie volte e, per me, era difficile perché Stanko Molnar era bellissimo, stava di fronte a me con quegli occhi azzurri..." Naitza raccoglie la testimonianza anche di Nanni Moretti, il quale in "Padre padrone" interpreta una piccola parte, per quanto incisiva, quella del commilitone che insegna, dentro al carrarmato, la declinazione latina a Gavino, il quale, durante la leva, completa parte del percorso scolastico abbandonato in precedenza.

Moretti era, allora, un fan ossessivo dei Taviani, aveva più volte chiesto loro di fare l'aiuto regista. A un certo punto, gli chiesero a sorpresa di partecipare come attore al loro film, peraltro in coincidenza con l'uscita dell'opera prima del regista romano, "Io sono un autarchico" ("avevo paura che il pubblico, avendomi visto in un ruolo ironico, ridesse al mio apparire in 'Padre padrone', per fortuna non fu così").

''Padre Padrone''Gavino Ledda ricorda un pranzo coi registi nella sua casa di Siligo dove suo padre Abramo, a un certo momento, tolse fuori un quadernetto dove aveva scritto una poesia che recitò, sorpendendo tutti. Altra evocazione riguarda una discussione accesa (una delle tante) in logudorese all'Universitá di Torino, dove alcuni sardi lo accusarono di aver tradito la propria terra e, mentre la polemica continuava, nessuno degli altri spettatori capiva nulla, compresi alcuni studenti di origine campidanese.
"Dalla quercia alla palma" appare, dunque, fondamentale per conoscere l'ideazione, la struttura, le conseguenze positive e le discussioni provocate da uno dei film più importanti del cinema italiano degli anni settanta e, con la pacatezza del senno di poi, ogni spettatore, grazie a Naitza, ne può individuare le universali chiavi di lettura, le intenzioni dei registi e quella strana magia che trasforma set imprevedibili in pagine di poesia per immagini. Dall'industria all'arte.

"Dalla quercia alla palma" è prodotto da "Karel" con la collaborazione della Sede Regionale RAI, della Società Umanitaria-Cineteca Sarda e il supporto della Fondazione Film Commission Sardegna. La fotografia è firmata da Luca Melis, il montaggio da Davide Melis.

5 novembre 2017

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