Cinemecum - Giustizia e violenza
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Percorso

Giustizia e violenza

''Il giustiziere della notte''

Un breve percorso lungo i grandi cambiamenti dell’autocoscienza sociale e psicologica del cinema di genere e di quello d’autore. Memorie d’oltrecinema. La cineteca di Gianni Olla

Il giustiziere della notte (2018) di Eli Roth - Il giustiziere della notte (1974) di Michael Winner - Easy Rider (1969) di Dennis Hopper e Peter Fonda - Targets (1968) di Peter Bogdanovic - Arancia meccanica (1971) di Stanley Kubrick - Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) di Sidney Lumet - Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese
Alla fine di un turno ospedaliero d’emergenza, un affermato chirurgo, Paul Kersey, apprende che tre malviventi hanno fatto irruzione nella sua casa, uccidendo la moglie e ferendo in maniera grave la figlia che rimarrà in coma per diversi mesi.

Il medico, interpretato con misura da Bruce Willis, crede nella legge e nella giustizia e si affida serenamente alla polizia. Ma dopo qualche mese, venuto in possesso di una pistola, comincia a girare nelle strade di Chicago, di notte, sperando, irragionevolmente, di imbattersi negli assassini della moglie. Nel corso delle sue peregrinazioni finisce per salvare da un’aggressione una giovane donna: usa la pistola per uccidere e poi scappa per non essere identificato. Un telefono cellulare anonimo ma presto diffuso in tutti i “social media” e quindi nelle televisioni, mostra un irriconoscibile signore con felpa, cappuccio e pistola. Diventato un’icona popolarissima, ben presto si mostra nuovamente, sempre nelle ore notturne, mentre dà la caccia a malviventi di ogni genere.

''Il giustiziere della notte''Messo sulla giusta strada dallo stesso commissario di polizia che lo aveva inizialmente tranquillizzato, finalmente rintraccia ed elimina i  tre rapinatori responsabili della morte della moglie e del ferimento della figlia. Verrà identificato, prima da suo fratello e poi dallo stesso commissario, ma per lui non ci sarà punizione: l’unico delitto  “provabile” è avvenuto nella propria casa, per legittima difesa.  
Il titolo del film è Il giustiziere della notte. È stato in programmazione, con buoni risultati, fino  a pochi giorni fa e per quanto riguarda questa rubrica, si può considerare una porta d’accesso ad un tema che, a mesi o anni alterni, viene discusso non so quanto seriamente, sulla stampa: la rappresentazione della violenza sugli schermi, grandi e piccoli.
Io stesso, una decina di anni fa, fui invitato ad un convegno di psichiatri in cui si dibatteva il malessere adolescenziale, per esprimere la mia opinione sul rapporto tra i media – e in particolare il cinema, con le sue narrazioni anche cruente – e la formazione dei giovani. Con molta modestia e un po’ di furbizia ho provato “a girare la frittata”, rivolgendomi direttamente agli esperti di psiche con una domanda semplicissima o, forse, assolutamente disturbante.

''Arancia meccanica''“Cosa pensano gli psichiatri del fatto che, sempre più, i bambini e gli adolescenti vedano un rappresentazione del mondo senza o con pochi filtri censori rispetto appunto alla violenza?” Correlata alla domanda iniziale, ho poi citato la differente percezione dell’opinione pubblica occidentale rispetto a due celebri film il cui tema era, per definizione, legato ad una esplicita violenza privata e, contemporaneamente, istituzionale. Il primo titolo è Arancia meccanica (1971), il cui regista Stanley Kubrick, dopo una campagna di stampa avversa che invitava le autorità a censurare il film, prese la decisione di ritirare la pellicola dai cinematografi della Gran Bretagna – sua seconda patria – ma si stupì per le accuse di incitamento alla violenza, magari involontaria, che molti osservatori, spesso sociologi o psicologi, imputarono a quell’opera. Una possibile spiegazione di questo atteggiamento critico, che sembra attribuire, non infondatamente, al regista statunitense una sorta di nichilismo nietzschiano, già presente già in 2001, Odissea nello spazio, risiedeva paradossalmente non già nelle esplicita violazione delle regole auto censorie, come se queste fossero una sorta di automatismo quasi inconscio, ma nella loro trasformazione spettacolare, ovviamente provocatoria. Difatti, le aggressioni della banda dei Drughi, ed in particolare l’ultima, quella che porterà in carcere il protagonista, hanno un andamento teatrale, giocoso (sia pure, alla fine, violento e omicida), segnato dai brani di un celebre film musicale, Singing in the rain.

''Gruppo di famiglia in un interno''Come dire, “uccidiamo per scherzo” (e, in effetti, la violenza della banda è del tutto immotivata) e ci piace non solo la musica di Rossini come fosse un eccitante ma anche il divino Ludwig Van Beethoven. Che, appunto, nella celebre “Cura Ludovico” che dovrebbe riportare il nostro ribelle alla normalità – cioè all’assenza di ogni impulso aggressivo persino di fronte all’altrui violenza – la nona sinfonia viene fatta ascoltare al “malato” mentre, immobilizzato e, impossibilitato a chiudere gli occhi, guarda i famigerati filmati nazisti: un evidente provocazione.
Infine, il tema centrale del film è di per se scandaloso, almeno per l’epoca: Kubrick, assieme a Fellini (i motociclisti del finale di Roma) e a Visconti (Gruppo di famiglia in un interno), è tra i pochi autori che hanno profetizzato, negli anni Settanta, non già la  futura rivoluzione delle giovani generazioni, ma una disturbante, violenta ed eversiva “involuzione” giovanile. Come dire che, forse, l’ “arancia meccanica”, pronta ad esplodere l’abbiamo sotto gli occhi, oggi, autorappresentata dai social, forma di comunicazione che facilmente è anche uno sfogo per l’aggressività umana – ne uccide non solo la spada ma anche la penna – ma che non può essere censurata, pena l’estinzione di questo mezzo/messaggio.

''Taxi Driver''Appena quattro anni dopo, Martin Scorsese, con Taxi driver, mostra una violenza personale e sociale molto più esplicita, solo attenuata dalla strage finale, le cui macchie di sangue sembrano delle “actions paintings” più turbative dei corpi sanguinolenti che appaiono nella maggior parte dei film di Tarantino e dei suoi imitatori. Nessun critico se ne accorge, o forse siamo già in piena accettazione della violenza schermica come inevitabile reazione all’impazzimento sociale.
Durante il convegno al quale ho fatto riferimento, questo provocatorio confronto/scontro viene discusso senza troppa passione: di fronte ai capolavori – pensate alla violenza esplicita di tanti dipinti religiosi del Caravaggio, censurati o comunque mal visti, anche dalla critica, fino al Novecento, ed oggi innalzati al rango di capolavori ineguagliabili ma, all’epoca straordinariamente imitati, che mostrano gli impulsi umani divisi tra il divino e l’umano, tra la pietà e la brutalità, tra il sacrificio e la violenza – si accettano anche le provocazioni, anzi sono gradite visto che, afferma un celebre psichiatra, possono essere rubricate nell’ambito del perturbante freudiano.
Ma ci furono, in quello stesso convegno, alcune testimonianze cliniche, che riguardavano altri film “violenti” o forse anch’essi perturbanti. Una psichiatra affermò di aver avuto in cura un’adolescente, il cui malessere psichico era stato scatenato dalla visione di un recente film giapponese, poi rifatto negli Usa: The ring (2002), nel quale coloro che vedevano una misteriosa videocassetta che passava di mano in mano, finivano per essere uccisi in maniera cruenta.

''The ring''Durante la terapia, la psichiatra riuscì a scoprire che proprio la visione di quel film dell’orrore aveva fatto emergere, nella sua giovane paziente, un’evidenza di sofferenza psichiatrica che aveva delle radici molto più profonde e che metteva in gioco anche i rapporti con la propria famiglia. Una esperienza simile, ma molto meno recente, fu poi raccontata da una celebre psichiatra inglese, ospite del convegno. La studiosa, dopo aver chiarito che mezzi come il cinema e la televisione sono dei “persuasori” a lungo termine, i quali determinano cambiamenti continui nell’orientamento psicologico dell’opinione pubblica (gli esempi più ovvi riguardano il razzismo e l’omosessualità, indubbiamente molto meno respingenti rispetto a pochi decenni prima ma si potrebbe aggiungere allo scarno elenco positivo anche l’assuefazione alle immagini turbative se non violente del cinema d’azione), ha, in qualche modo, certificato l’esperienza dell’adolescente la cui crisi psicologica era stata scatenata ma non determinata dal film The ring. Qualche decennio prima, lei aveva dovuto curare una giovane, in attesa di un figlio, che aveva deciso di abortire dopo aver visto il celebre L’esorcista di William Friedkin. Anche per quella ragazza, dopo una lunga analisi psichica, si era potuta determinare una diagnosi di sofferenza psichica nascosta, che poté essere curata.

Ovviamente, con questi ricordi, per me preziosissimi, ho sicuramente aggrovigliato il problema e dunque, ricominciando da capo, si può mettere in evidenza, che la presenza o l’assenza della violenza, visivamente esplicita, ha condizionato l’intera storia del cinema.
Per farla breve il nascondimento estremo di atti quali l’omicidio, il suicidio, le torture, il sangue umano, la stessa morte dei cattivi – e ovviamente dei buoni – per non dire degli inermi, bambini e donne, era stato codificato, già nel 1931, negli USA, da un avvocato, William Hays, al servizio delle grandi majors cinematografiche che non volevano incorrere nelle censure dei vari stati, particolarmente severe.
Ma nonostante queste proibizioni, non si può dire che i film di quell’epoca e di quelle successive –
soprattutto i gangster-movies – almeno fino alla fine degli anni Cinquanta, non raccontino la violenza storica di questa seconda nascita della nazione americana, ovvero la criminalità metropolitana. E se dovessimo confrontare il linguaggio metonimico, ma estremamente significante, di Hollywood, con altri esempi “non hollywoodiani” di censure analoghe, scopriremo che proprio il cinema americano classico ha, tra gli altri meriti, quello di aver raccontato in maniera efficace e creativa, proprio la violenza, sociale o criminale del proprio paese.

''Il giustiziere della notte''Tornando al film citato in apertura, Il giustiziere della notte, il regista Ely Roth lavora su una sceneggiatura che potremmo definire “furba”. A voler estremizzare il concetto, sempre relativo al tema di questo scritto, c’è più “splatter” nelle riprese degli interventi chirurgici che non nelle uccisioni successive e persino nell’aggressione iniziale. L’eccezione, significativa, sta nelle sequenze che riguardano i tre responsabili dell’aggressione alla moglie e alla figlia del protagonista. In qualche modo, non solo lo “splatter” è presente e sottolineato, ma uno dei tre assassini viene praticamente torturato.
Ma soprattutto, a segnare il passaggio dall’irrilevanza delle immagini “sanguinolente”, ormai diffuse ad ogni ora anche nelle televisioni e senza avvisi per i minori, al tema degli “uomini armati”, buoni e cattivi, che circolano nelle città e nei paesi degli Stati Uniti (e ormai non solo in quell’ancora lontana nazione) c’è invece un vero e proprio spot propagandistico, non sappiamo quanto volontario o puramente drammaturgico-narrativo: riguarda la vendita legale di armi di ogni genere.

''Easy rider''E, giusto per sottolineare la normalità o forse la necessità di questo commercio, la giovane commessa spiega al nostro protagonista il tipo di armi, dalla pistola al mitra, che fanno al caso suo, e la facilità con la quale si può ottenere il porto d’armi utilizzando il modulo a disposizione dei clienti. Insomma, l’argomento del film, sospeso tra descrizione neutra e sottolineature etico-politiche ambigue (si veda il finale, con la soddisfazione del commissario, per aver risolto un caso e, nello stesso tempo, lasciato libero un omicida che aveva buoni motivi per uccidere quei criminali), è appunto non solo il diffondersi della violenza privata ma anche la facilità con la quale ci si può procurare un arma.

''Il giustiziere della notte''Ed ora facciamo un passo indietro. Nel 1974 Michael Winner porta sullo schermo il già celebre romanzo di Brian Garfield, Il giustiziere della notte, lo stesso al quale è ispirato il nuovo film di Roth. La pellicola è  interpretata da Charles Bronson e la trama è più o meno la stessa, ma, a rendere il quadro ancora più cupo e perturbante, almeno per l’epoca, la figlia viene anche violentata dai rapinatori. E non solo, Kersey, architetto, uomo colto, è un pacifista e un obiettore di coscienza le cui “disgrazie” private e l’inefficienza della polizia spingono all’azione. Due “sequel”, nel 1982 e nel 1984, sempre a firma di Winner – che peraltro vanta una vasta filmografia che comprende alcuni grandi titoli, quasi d’autore, come Io sono la legge, Scorpio, Marlowe indaga, Chato, Sentinel, tutti girati proprio negli anni Settanta – vengono considerati, soprattutto in Europa, dei “manifesti” inneggianti al cittadino che si fa giustizia da solo, come se gli Stati Uniti fossero tornati ai tempi del west selvaggio nei cui territori valeva solo la legge della pistola.
L’interpretazione estrema del fenomeno, dunque,  mette in causa una deriva quasi paranoica dell’opinione pubblica americana. Esempi illustri di questa “paranoia”, vera o verosimile, si specchiano, quasi didascalicamente, in due precedenti e celebri titoli, Easy Rider (1969) di Hopper e Fonda, e Zabriskie Point (1970) di Antonioni, nei quali la violenza privata e quella statale sono l’elemento chiave della descrizione dell’America provinciale.

''Berretti verdi''Un altro titolo, meno famoso, ma certamente utile, è Fragole e sangue (1970) di Stuart Hagmann, nel quale l’irruzione della polizia nell’Università di San Francisco, occupata dagli studenti che protestano contro la guerra del Vietnam, ha una intensità quasi scioccante, lontana anni luce dalle autocensure codificate nel cinema hollywoodiano di pochi anni prima
Potere pubblico e  violenta privata, insomma, si danno la mano nel definire una situazione che non è però legata semplicemente – come sottolineava sbagliando, la sinistra europea – di pura repressione del dissenso ma piuttosto di crisi ma anche di esorcismo nei confronti della situazione politica e sociale di quegli anni, caratterizzata dalle proteste contro la guerra del Vietnam e dalla rivolta dei ghetti neri delle grandi metropoli. Ed anzi, questa esplosione violenta,  presente nelle pellicole e messa in evidenza senza più le censure visive di un tempo, nascondeva i veri contrasti.
Per fare pochi esempi ma significativi, non solo viene censurata o direttamente nascosta in un cassetto ogni sceneggiatura riguardante la guerra del Vietnam (a parte il filo governativo I berretti verdi di John Wayne, uscito nel 1968) ma non c’è un solo film dell’epoca che racconti le battaglie di Malcom X e dei suoi “black muslims”, nonché il suo omicidio, avvenuto nel 1965, e mai risolto. La sua celebre autobiografia, quasi romanzesca e in grado di essere spettacolarizzata al massimo grado, come una sorta di cartina di tornasole del crescente disordine sociale degli anni Sessanta, fu paradossalmente portata sullo schermo da Spike Lee solo nel 1992.

''Quel pomeriggio di un giorno da cani''Assenti anche le battaglie civili di Martin Luther King, ucciso nell’aprile del 1968, pochi mesi prima di un altro celebre assassinato, Robert Kennedy, sicuro vincitore delle elezioni presidenziali, in cui, come si sa, trionfò l’eterno perdente Richard Nixon.
Per contrasto, le pellicole in sintonia con le tematiche della contestazione e della rivolta sono anche quelle che evocano una sorta di disturbo psicologico di massa della gioventù americana, derivante proprio dall’essere stati in guerra. E ciò accade sia in pellicole d’autore come Nashville di Altman (1975), sia in opere di genere di cui sono rimaste labili tracce nell’immaginario collettivo. Ad esempio, sia Il piccione d’argilla che Slaughter, l’uomo mitra, usano il reducismo psichicamente disturbato – i protagonisti dei due film sono dei veri killer sopravvissuti ai massacri vietnamiti – come macchine da guerra contro le bande di trafficanti di droga. Come dire che lo spirito bellico serve anche a combattere il Vietnam interno.
Invece, in altri titoli, anche questi indirettamente assimilabili al filone reducista-vietnamita, come Taxi Driver di Scorsese o Quel pomeriggio di un giorno da cani di Lumet, entrambi del 1975, il tema della follia dei reduci si scarica in un’attualità disgregata che travalica l’appartenenza ai generi. Nel film di Lumet, infatti, oltre alla presenza dell’ex militare John Cazale tra gli scalcinati rapinatori barricati nella banca, c’è, nella pellicola, una sorta di grido di rivolta verso la polizia e l’autorità giudiziaria che coinvolge tutti coloro che stanno di fronte alla banca per partecipare, tramite la tv, dell’evento.

''Mean Street''Al Pacino, infatti, invita ad urlare “Attica! Attica!”, riferendosi ovviamente al carcere di Attica, nello stato di New York, teatro, nel 1971, di una sanguinosa rivolta da parte degli afroamericani, guidati da esponenti dei Black Panthers – spesso condannati a lunghe pene detentive per essersi rifiutati di partire per il Vietnam – che si concluse con una vera e propria strage dei carcerati da parte delle truppe federali intervenute a sedare la sommossa. Così il grido di Al Pacino si trasforma in un gesto politico a tutto campo: il malessere americano degli anni Settanta mette insieme la povertà, il Vietnam, il problema razziale.
Più semplice la lettura di Taxi Driver di Scorsese, che già nel precedente film, Mean Streets, aveva inserito un “cammeo” nel quale un reduce, festeggiato dai suoi amici,esplode in una crisi isterica e viene portato via. L’accenno alla psicosi da Vietnam, infatti, domina interamente il titolo successivo attraverso un’allegoria generale iperrealista: il disfacimento materiale e sociale di New York, capitale reale e vetrina americana, percorsa dal taxista notturno quasi fosse ancora all’interno della giungla vietnamita. E non a caso, la sua metamorfosi finale – che lo conduce dapprima all’attentato politico e poi alla strage nel bordello – è segnata dai segni di appartenenza ai corpi scelti dei marines.

''The visitors''Ma il film più interessante di questo sotto genere è The visitors di Elia Kazan, girato assieme al figlio Chris, che scrisse la sceneggiatura nel 1972. È la storia di una visita inaspettata a un loro commilitone da parte di alcuni reduci del Vietnam. Il suocero li accoglie quasi come degli eroi, mentre il figlio sembra disturbato da quelle presenze che gli ricordano una serie di episodi terribili accaduti durante la guerra. Progressivamente, il “kammerspiel” si trasforma in una sorta di confessione pubblica delle atrocità – tra le quali lo stupro di una ragazza vietnamita – commesse dai “visitatori” che sono venuti nella casa del loro ex compagno anche per minacciarlo, visto che lui, definito dal padre come un “finocchio”, non partecipò a quell’azione e potrebbe diventare un testimone scomodo.
The visitors, inedito in Italia, ma proiettato nel 1976 al Festival del Nuovo cinema di Pesaro e poi trasmesso da “Fuori Orario”, è, di fatto il film chiave per capire la patologia della violenza, originaria e/o derivante dal trauma bellico, che s’interseca  continuamente con l’immaginario tradizionale hollywoodiano.

''Targets''Non a caso, il primo film che, statisticamente, porta sullo schermo un reduce impazzito è Targets (Bersagli) di Peter Bogdanovich, prodotto da Roger Corman nel 1968: opera a metà strada tra genere e autorialità che sfiora intelligentemente il meta racconto. Infatti, c’è uno schermo doppio nel film: nel primo gli spettatori, cioè noi, vediamo il killer che spara con il suo  fucile di precisione agli ignari cittadini che non hanno alcuna colpa se non quella di transitare “a portata” dell’arma. E poi c’è lo schermo diegetico di un drive-in, in cui appare la sua ombra minacciosa che si sovrappone alla presenza reale e paradossalmente pacifica di Boris Karloff, la “creatura” folle del dottor Frankenstein delle prime pellicole sonore hollywoodiane.
Sara lui, in veste di ospite d’onore di una rassegna dedicata alle sue interpretazioni, a disarmare l’assassino seriale e a cercare di spiegare, soprattutto agli spettatori, che la violenza schermica ha una funzione catartica e non è mai un incoraggiamento al delitto. Insomma, il reduce sarà, per almeno un decennio, un personaggio inquietante, un marginale che ha assorbito interamente la carica violenta della guerra e non vede l’ora di ributtarla sulla società.

''Soldato blu''Dunque, la violenza, come ha scritto, a suo tempo, Franco La Polla, è una vera e propria poetica del cinema americano degli anni Sessanta e Settanta, e si potrebbe considerarla come il prodotto dello “sbandamento psicologico”, forse mai assorbito interamente, proprio della guerra vietnamita e delle rivolte che squassarono le grandi metropoli del nord.
In questa definizione si cela ovviamente il rischio della sovra-interpretazione. Infatti, a partire dagli anni Settanta, si è voluto vedere in tante pellicole appartenenti ad un genere filmico classico, il western, una sorta di allegoria della recente violenza bellica. Così film come La notte dell’agguato (1968), Soldato blu (1971), Piccolo grande uomo (1971), Un uomo chiamato cavallo (1970), Nessuna pietà per Ulzana (1974), Corvo rosso non avrai il mio scalpo (1973), Uomo bianco va col tuo dio (1971), per citare solo i più noti, e tutti piuttosto realisti nel rappresentare la violenza, o vengono letti come una sorta di “riparazione” nei confronti del popolo pellerossa, (tali sono esplicitamente i più noti della serie: Soldato blu e Il piccolo grande uomo) oppure – a partire da Il mucchio selvaggio – come un’esplicita chiamata di correo nei confronti della violenza dei colonizzatori bianchi, senza la quale non sarebbe mai nata la grande nazione nord americana. Se si accetta quest’analisi, in tutto o in parte, occorre però aggiungere che l’esplodere della violenza schermica non è affatto una consapevole esplicitazione politica attuata della corrente “liberal” di Hollywood. Difatti la stessa poetica cruenta incrocia paradossalmente due personaggi che non possono essere compresi in nessun modo nel discorso della contestazione, o delle utopie palingenetiche di qualsiasi genere: il vecchio John Wayne e il giovane Clint Eastwood.

''Il grinta''In quegli stessi anni, infatti, il primo radicalizza, o piuttosto rende esplicita e incattivisce la violenza storica dei generi classici – soprattutto il western – esponendosi come rappresentante istituzionalizzato dei valori tradizionali americani in film come Il Grinta (1970), Chisum (1970), I cow boys (1970), La stella di latta (1973), Torna il Grinta (1976), Il pistolero (1977). Soprattutto due pellicole sono importanti per capire che Wayne entrava nel merito della rivolta generazionale. Nel primo titolo, La stella di latta, Wayne, sceriffo efficiente e padre distratto, finisce per scoprire che i due figli adolescenti, giusto per ribellarsi al genitore, si sono alleati con una banda di fuorilegge. Una trama perfetta per il Sessantotto che vuole “uccidere i padri” e che si somma a quella sorta di racconto di formazione, I cow boys, che ha per protagonisti altri adolescenti ingaggiati da un rude ma onesto proprietario di mandrie che deve portare le bestie ai mercati dell’est e non trova più lavoratori per questo faticoso mestiere, se non dei giovani scapestrati che “uccidono” i padri perché sono dei delinquenti e non dei rivoltosi.

''Il pistolero''Nel secondo titolo, Il pistolero, suo ultimo, bellissimo film girato da Don Siegel (non a caso formatore anche dell’Eastwood americano) Wayne, vecchio sceriffo ormai minato dal cancro, compie la sua ultima missione: ripulire una città del west, ormai moderna e ricca, dai vecchi fuorilegge che si sono legalizzati come dei proto-gangster. Il messaggio è ovviamente chiarissimo, degno del suo maestro John Ford: c’è sempre da affrontare un ultimo nemico della pace. È sempre Wayne che si lascia tentare anche dal genere poliziesco con due opere (È una sporca faccenda tenente Parker e Ispettore Brannigan, la morte segue la tua ombra) che potrebbero essere in perfetta sintonia con il nuovo personaggio di “Dirty Harry” (Callaghan) di Clint Eastwood, artefice, come attore e poi come regista, di una nuova mitologia del cinema poliziesco e western, basata anch’essa su un’estensione estrema della violenza come condizione normale della società americana. Questa società, in Wayne come in Eastwood, è inquinata da due categorie di cittadini opposti e egualmente colpevoli: i modernizzatori, spesso nascosti ai vertici della società, intoccabili e corrotti; e i giovani ribelli: gli hippies, i drogati e i terroristi evocati appunto in È una sporca faccenda tenente Parker, che li mette in scena entrambi.

''Una 44 magnum per l'ispettore Callaghan''Nei film di e con Eastwood, in ogni caso, la violenza scenica sembra più mediata o forse solo più contraddittoria, almeno in senso sociologico. Difatti, in Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan  di Ted Post, gli avversari di Dirty Harry sono dei colleghi che hanno organizzato delle “squadre delle morte” (come in Brasile, precisa il protagonista, sottolineando apertamente la differenza tra un paese democratico e legalista e una dittatura feroce) per liberarsi dalla “feccia” della società. Invece in L’uomo nel mirino (1977), in cui la violenza scenica è spinta al massimo nella sparatoria del pre finale – e anche qui i cattivi sono degli insospettabili funzionari in combutta con i criminali – c’è una sequenza in cui il protagonista si batte brutalmente contro un gruppo di “hippies” motociclisti connotati più o meno come dei pericolosi drogati e ladri.
Dunque, se vogliamo rimanere esclusivamente in ambito sociologico, che cosa differenzia la voglia di “fare pulizia” di Travis Bickley, il protagonista di Taxi Driver di Scorsese dal Charles Bronson di Il giustiziere della notte di Michael Winner (1974) o dal cittadino Joe di Avildsen (La guerra privata del cittadino Joe) e persino dal buon puritano George G. Scott che, in Hardcore di Paul Schraeder (1979), cerca la propria figlia nei meandri infernali delle case di produzione cinematografiche che assoldano o corrompono le ragazze per utilizzarle come attrici nei film porno?

''Il mucchio selvaggio''Personalmente, facendo affidamento ai ricordi personali, poiché a metà degli anni Settanta scrivevo già di cinema con lo spocchia e la presunzione dei giovani critici poco alfabetizzati, almeno sul piano filmico, ricordo il mio rifiuto nei confronti di Il giustiziere della notte di Winner – che oggi non mi sembra così "rifiutabile" –  e il piacere, forse nostalgico, nonostante la giovane età, nei confronti di Eastwood e Wayne, nonché l’entusiasmo per Taxi Driver di Scorsese che, ancora oggi, ritengo un vero capolavoro quasi dostojevskiano.
Ma un amico, che, a suo merito, poteva vantare un atteggiamento politico neutro o comunque non estremista, mi chiese, polemicamente, che differenza ci fosse, sul piano della visione violenta della società americana, tra Scorsese e Winner. E, probabilmente, aveva ragione lui, anche se i livelli estetici dei due registi non possono essere messi a confronto.
Non a caso, il presunto “scandalo” della violenza esplicita interessò davvero la critica europea e in maniera ambigua. Infatti, mentre si giustificava l’approccio storico-politico (Il Vietnam o i film nei quali i pellerossa venivano massacrati, o anche un capolavoro come Il Mucchio selvaggio, nel quale la strage finale finiva per avere una simbologia apocalittica e sacrificale di chiara ascendenza anarchica), si respingeva quello ludico, vero o presunto.

''Il giustiziere della notte''Così nel “western spaghetti” – che comprendeva anche le opere di Leone, oggi considerate d’autore – il sadismo dei cattivi (e talvolta dei buoni) era senza limiti e si congiungeva irritualmente ad un altro filone di moda: i film dedicati all’agente 007, nei quali la violenza era talmente esplicita, teatrale, quasi surreale, da poter essere considerata ludica, come nei fumetti, i quali, d’altro canto, sono ben presenti nella scrittura di Ian Fleming.
Il seguito è noto: l’autocensura del cinema classico hollywoodiano nei confronti del presunto effetto scioccante della violenza, rappresentata ben oltre il necessario realismo, sarà definitivamente archiviata ed anzi, da Tarantino in poi, costituirà una sorta di estetica post moderna il cui effetto schermico, estremo e compiaciuto, ha finito per approdare ad una sorta di rituale ludico e carnevalesco che non ha più alcun potere eversivo, se non quello di demitizzare i film apparentemente “seriosi”. Appunto come Il giustiziere della notte di Eli Roth.

11 aprile 2018

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