Le città del quotidiano e le città del cuore non sono esclusivamente mera scenografia nei film di Woody Allen. Hanno lo stesso status dei personaggi, con cui si interfacciano, costruzioni dell’uomo che si animano e riproducono i loro sentimenti.
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“Repressione è civiltà” affermava nel 1970 il protagonista, interpretato mirabilmente da Gian Maria Volontè, di “Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, spalmando di ideologia la sua psicopatologia schizoide, denotata da aggressività e frustrazione.
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Cenza ha appena pianto, seduta sul letto della sua camera nella “Casa Matta”. Si sente sempre colpevole di qualcosa, ricorda come da ragazza fosse “spensierata”, parla al regista che la inquadra con sincerità e complicità e lui, per un attimo, regala un primo piano alla sua fotografia che ce la mostra in età giovanile: una bella ragazza degli anni sessanta.
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Un’efficace compagnia teatrale interpreta l’ultima scena del “Giulio Cesare” di Shakepeare. La conclusione raccoglie gli applausi di un pubblico numeroso, mentre è tangibile la felicità degli attori. Conclusa la piece, gli attori si cambiano. Ad aspettarli, però, ci sono alcuni poliziotti penitenziali che li accompagnano nelle loro celle.
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Perché le versioni italiane dei film stranieri sono, nella maggior parte dei casi, da dimenticare? “Paradiso amaro” di Alexander Payne non fa eccezione. Già la scelta del titolo banalizza i contenuti del film, invece resi espliciti da quello originale (“The discendants”), che anticipa una delle sue chiavi interpretative.
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