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Sa grascia" di Bonifacio Angius

Il consiglio di Elisabetta Randaccio

''Sa Grascia'' locandinaDobbiamo rendere merito al marchio “Distribuzione indipendente”, se un altro film girato in Sardegna, potrà avere una discreta circolazione. Certo, nella maggior parte, si tratta di sale d’essai e spazi gestiti dalla vasta rete dei Circoli del Cinema in tutta Italia (la fetta più ampia si riscontra proprio nella nostra isola), ma che mettono insieme un pubblico motivato, appassionato, il quale può formare una comunità compatta di spettatori consapevoli e esigenti di film di qualità.
Bonifacio Angius è un sicuro giovane talento. Se con “In s’aia” (2006) ci aveva convinto a metà, con “Sa Grascia” è riuscito a trovare la strada giusta sia nel versante della sceneggiatura sia in quello della struttura formale (ricordiamo come la bella fotografia sia firmata dallo stesso regista).
Il grottesco, l’onirico, il favolistico, il surreale si addicono alla Sardegna (vedi le opere di Marco Antonio Pani e anche del primo Salvatore Mereu) ed è una chiave espressionistica, la quale permette di mostrare paesaggi sospesi nel tempo e nello spazio attraversati da personaggi fuori dagli stereotipi.
In una casa “antica”  -uno dei pochi interni del lungometraggio- un bambino vivace cade dalle scale. Il suo corpo giace su un gradino. Il sangue cola dalla testa, mentre le biglie, giocattoli prediletti dal piccolo, balzano di qua e di là.
''Sa Grascia'E’ l’inizio della storia? Viene data una ennesima possibilità di vita al ragazzino, mediante una “grazia” di Sant’Antonio? Può essere. E, dunque, inizia il pellegrinaggio, come da tradizione a piedi  scalzi e vestito di un saio rudimentale, per ringraziare il santo. Non si tratta di un pellegrinaggio alla Deledda, ma di un breve percorso nel mondo del fantastico e del sogno. Il bambino è una piccola Alice nel paese delle meraviglie. Acuto e curioso, vede alternarsi vicino a sé compagni di strada bizzarri, che spariscono, ricompaiono, mutano, aiutano, ostacolano. La fiaba di una vita possibile metaforizzata da episodi surreali. Il cugino muto si mette il cravattino per assistere il bambino nell’itinerario religioso, subisce piccole angherie, sparisce, ma, poi, lo troviamo a letto, a dormire e, dunque, svegliatosi, come nelle coazioni a ripetere dei film buneliani, lo ritroviamo,  di nuovo, nel cammino.
''Sa Grascia'La fanciulla-mamma-fata e strega viene dileggiata da un gruppo di monelli, come nella “Piccola Fadette” di George Sand;  può sentirsi morta e trovare la felicità sulla macchina rossa di un bizzarro motociclista in cerca, forse, di un cane. In questo viaggio, profondamente kusturiciano, si può incontrare pure una orchestra gitana, che sottolinea la cinefilia del regista, ma pure la bella scelta delle musiche pensate per il film. Il simbolo fondamentale del film è la sfera (la biglia, la mela etc), è l’oggetto magico capace di permettere le più curiose avventure. Tutta la vita del bambino è legata a quella figura geometrica che si chiude, ma può essere trasparente ad indicare altri itinerari esistenziali. Angius, avendo ben presente, come si è detto, le opere di Bunel, di Kusturica, di Fellini tra gli altri, umilmente, ma con già ottima professionalità compone un racconto melanconico e fiabesco, utilizzando al meglio l’isola, la sua lingua, le facce splendide dei protagonisti.
“Sa grascia”, comunque, è, secondo noi, capace di emozionare non solo gli spettatori sardi, perché non è esclusivamente un “film sardo”, ma un bel film.
23 novembre 2011
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