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| "Ultimo tango a parigi" di Bernardo Bertolucci |
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di Monica Aschieri
Non mi interessa niente. Voglio soltanto godermelo, voglio entrare in quel torpore che accompagna tutta la pellicola, in quella stanchezza, in quel già visto, già fatto, già stanco, così ben raccontati dal volto di Paul/Brando. Avevo tredici anni quando lessi la sceneggiatura di Ultimo tango, trenta quando lo vidi la prima volta. Non ho più smesso, l’ho visto e rivisto ogni anno, cercando sempre la stessa cosa, ponendomi sempre la stessa domanda che mi posi appena tredicenne, “ sono io Paul?” Play, il film inizia! Penso: è solo migliorato! Il sensazionale non c’è più, né imbarazzo, né morale, c’è la storia intima di un uomo, della sua vita disfatta, con le speranze rotte, il vuoto dentro, e poi il tornare a sentire, ad aggiustare, a riempire, così, magicamente, tra le braccia di una ragazza sconosciuta, da possedere, derubare quasi, dentro una casa vuota, patria del non esistere, del non amore, del non credo, del non essere, della non famiglia. E lì.. tra il non voluto, il non cercato, il semplicemente vissuto, senza poi, senza mai, senza perché, lì tra le pareti consunte e disadorne di un appartamento vuoto, qualcosa accade. Nasce. Esiste.La bellezza di certe scene rarefatte del finale, mi taglia il fiato, sempre. Il Paul che si ritrova, che rispera, riama, progetta, il Paul più sicuro dentro il suo cappotto di cammello, Paul che ci prova, ci crede, e poi, impietoso, lirico e geniale, l’arretrare, l’abbandono, la fuga della giovane fanciulla, con tutte le prospettive di vita davanti: matrimonio, famiglia, figli, casa, vita! Il cinismo drastico, distaccato e crudele della gioventù, della vita stessa, e la danza ultima folle di un uomo che riappropriatosi di nome e cognome, passato, non è più utile al mondo, e può solo, deve, quasi, farsi sparare. Andarsene . Morire. La tristezza rimane. Ma l’aria è meno greve. Riuscirò a dormire. “Sono io Paul?” |
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